Sul lavorìo governativo intorno alla scuola non posso dire molto perché della scuola non ho esperienza diretta, ma soltanto mediata dai suoi risultati percepibili. Infatti ho lavorato sempre nell'università. Ieri 21 maggio il Corriere pubblicava un colloquio con Tullio De Mauro, linguista, cui rimando gl'interessati. De Mauro dice, a proposito dell'accresciuta autonomia decisionale dei presidi, che se, dopo tre anni che il docente x lavora in una scuola, viene mandato via da un preside magari del tutto incompetente nella materia del docente medesimo, non c'è da esserne felici. Mi pare giusto. Infine dice che ciò che serve agli studenti è imparare a leggere, scrivere e far di conto, certo ai livelli attuali. Anche questo mi pare giusto, e mi fa sentire meno solo.
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Le traduzioni aiutano i lettori non poliglotti ad entrare in testi altrimenti ostici o impossibili, ciò vale certo per le opere scientifiche, saggistiche, e per la narrativa. Per quanto riguarda la poesia non vorrei leggere testi tradotti a causa del fatto che la lingua non è solo uno strumento della poesia, ma un suo scopo anche musicale, il quale in traduzione si smarrisce o viene snaturato. Ciò mi riporta a quella narrativa che non abbia la lingua solo come strumento, ma la abbia anche come scopo. Neanche tale narrativa vorrei leggere in traduzione. Tuttavia la leggo, magari tentando in un secondo momento di entrare nell'originale. Leggere poesia, d'altra parte, è talvolta arduo anche se è stata scritta nella nostra lingua! La poesia che usi la lingua solo come strumento semplicemente non è poesia, ma è prosa distribuita nella pagina a imitazione della poesia. La narrativa che abbia la lingua anche come scopo è la migliore, secondo il mio gusto, d'altra parte apprezzo u...
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