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Mao?

Beppe Severgnini, quel noto giornalista innamorato dell'America e di internet che ritiene erroneamente di essere spiritoso, nella sua rubrica settimanale su uno dei supplementi del Corriere della sera (15 xi 2013) sostiene, faceto e senza saperlo "maoista"*, che tra docenti e studenti dovrebbe funzionare uno scambio di competenze. I primi dovrebbero imparare quel che i secondi sanno fare con i mezzi informatici odierni, insegnando i primi le discipline di cui hanno l'incarico professionale.  Da che mondo è mondo, da che scuola è scuola, sempre gli studenti, giovani, hanno saputo cose ignote ai docenti, meno giovani oppure decisamente anziani. Ai miei tempi magari qualche allievo sapeva tutto sui Beatles o sul campionato di calcio, o magari sulle trasmissioni che allora connettevano "radioamatori" lontani anche migliaia di chilometri tra loro, per venire al tema caro al Severgnini, la comunicazione. Peccato che in questione, a scuola, fosse l'insegnament...
A quanto pare molti giovani ricercatori (nel senso burocratico del termine) non terranno lezione all'inizio del primo "semestre" del prossimo anno, in termini pratici si asterranno da gran parte del loro lavoro, che com'è ovvio (specie nelle facoltà cosiddette umanistiche) consiste nello studio e nell'insegnamento, incluso lo scrivere in merito agli studi e/o all'insegnamento svolti. Tutti sono docenti, nell'università, e tutti sono ricercatori, in pratica, o non sono... I giovani ricercatori e quindi docenti giovani hanno timore fondato di perdere prossimamente il loro privilegiato ma precario posto di lavoro, visto l'andazzo astringente governativo, quindi faranno bene a darsi da fare: scioperare. Alcuni altri, invece, hanno timore soltanto (perché assunti in pianta stabile) di non poter fare carriera, cioè diventare professori associati e poi ordinari, sempre a causa dell'andazzo astringente governativo. Di questi ultimi merita dire che, non ...

Tegole.

Mentre faccio lezione guardo fuori, ci sono dei tetti, dunque a centinaia di tegole erogo il mio eloquio pensante. Non mi aspetto molto dalle tegole, è vero, ma fanno bene da appoggio al mio sguardo, e restano composte, silenziose, ordinate.

Lezioni "in piazza".

In vista della ripresa delle lezioni nel diplomificio "universitario" dove mi guadagno il pane e i fichi sto pensando di ripagare il disordine non partecipativo degli "studenti"- lezioni in piazza anche quando si svolgono al loro posto - con un linguaggio didattico che non si opponga a quel disordine. Sarà discontinuo, eventuale, muto, saltellante, puntiforme, ripetitivo, minimale.

I diritti.

Uno studente mai visto al mio terminante corso di Arte dei giardini mentali, pochissimo seguito (meno di dieci), mi secca con la sua presenza imprevista, è un "turista", ne ha "diritto", ma non in termini di setting, così ci scazziamo in modo notevole, mai successo in trentasei anni. Dolorosissimo. Se lo ho accolto male significa che si è presentato male lui. Costruisco un clima, dopo qualche settimana chi arriva (in queste situazioni di gruppetto) lo rompe. I "diritti"? Into culo!

Lezioni in piazza, ancora.

Lezioni in piazza.  E dimostrazioni, cortei, sit in, nel corridoio, in salotto, nel bagno, nell'aula? Forse. Capisco perché questa volta, in questa tornata di lotta dura studenti-docenti, tanto successo hanno avuto le "iniziative"di lezione in piazza. Perché oggi ogni lezione si svolge come in una piazza, entra ed esce chi e quando vuole, si occupa tranquillamente dei fatti suoi, segue, non segue. A nessuno importa, il docente finge di far lezione, chi lo ascolta?