Tradurre
Le traduzioni aiutano i lettori non poliglotti ad entrare in testi altrimenti ostici o impossibili, ciò vale certo per le opere scientifiche, saggistiche, e per la narrativa. Per quanto riguarda la poesia non vorrei leggere testi tradotti a causa del fatto che la lingua non è solo uno strumento della poesia, ma un suo scopo anche musicale, il quale in traduzione si smarrisce o viene snaturato. Ciò mi riporta a quella narrativa che non abbia la lingua solo come strumento, ma la abbia anche come scopo. Neanche tale narrativa vorrei leggere in traduzione. Tuttavia la leggo, magari tentando in un secondo momento di entrare nell'originale. Leggere poesia, d'altra parte, è talvolta arduo anche se è stata scritta nella nostra lingua!
La poesia che usi la lingua solo come strumento semplicemente non è poesia, ma è prosa distribuita nella pagina a imitazione della poesia. La narrativa che abbia la lingua anche come scopo è la migliore, secondo il mio gusto, d'altra parte apprezzo un Moravia o un Cassola, che usano la lingua italiana con precisione e sapienza. Ma preferisco Gadda ...
Interessante è il fenomeno della ingenuità e/o dell'ignoranza in rapporto alle traduzioni, di cui citerò due esempi, uno accademico, uno personale. Molti anni fa mi capitò di imbattermi in una pubblicazione, patrocinata dall'università di Torino, che consisteva nell'analisi testuale di un racconto di E. Allan Poe, mi pare La caduta della casa Usher, ma non ha importanza. Ebbene, si trattava di un'analisi testuale eseguita sul testo tradotto in italiano! Nonostante che fossi giovane trasecolai e passai oltre. L'esempio personale è riferibile alla mia attenzione incredibilmente ingenua, per non dire peggio, alle traduzioni italiane di certi termini freudiani. Che consideravo sacri, mentre erano solo simulacri ...
Ancora: la prima traduzione dell' Ulisse di James Joyce in Italia (Mondadori editore) risale al 1960. Ebbene, mi si raccontò che a Firenze era stata fatta una presentazione dell'opera. Tra gli interventi, quello di un romanziere che sarebbe diventato famoso negli anni successivi venne sminuito da una domanda rivolta al romanziere da un già allora celebre filologo della locale università. "Lei si riferisce all'originale o alla traduzione?" - chiese il filologo. "Alla traduzione", rispose il romanziere ... Al che il filologo concluse: "allora lo dica, giovanotto, lo dica ..."
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