Alti e bassi di Paolo Volponi

 Di Paolo Volponi (1924-1994) sto rileggendo La strada per Roma e leggendo annoiato Le mosche del capitale. Mentre negli ultimi tempi ho letto alla rinfusa Corporale (due volte di seguito), Memoriale, Il sipario ducale, La macchina mondiale, Il lanciatore di giavellotto, invito chi legge a vedere il post qui dedicato a Corporale e passo a trattare riassuntivamente le altre opere

Memoriale è una lettera appunto memoriale scritta da un operaio piemontese che negli anni cinquanta si guadagna da vivere in una grande fabbrica, ma è tormentato dalla tubercolosi e dall'attenzione che i medici della fabbrica gli dedicano. L'operaio è mentalmente disturbato nel senso che ritiene di essere oggetto di persecuzione da parte dei medici, e non accetta di essere malato di Tbc. Privo di occasioni erotiche, vive in campagna con la madre. Il testo è un'opera d'arte in quanto la psicosi e la poeticità del protagonista e narratore collaborano dando luogo a una lettura esteticamente elevata. 

Il sipario ducale propone due storie urbinati aperte alla nostra attenzione nei giorni della strage avvenuta a Milano il 12 Dicembre del 1969. Da una parte vediamo una coppia, due intellettuali di sinistra piuttosto anziani, che tenta di capire che cosa sta accadendo in Italia attraverso la riflessione, la lettura dei giornali, la visione dei tg e la frequentazione delle varie occasioni socialmente vivaci di Urbino. Stai fresco! Dall'altra vediamo due nobildonne nubili che insieme al nipote maniaco della tv resistono alla decadenza della loro casata intanto che un avvoltoio tuttofare sorvola famelico i beni residui. Si potrebbe ritenere che l'ottimo Volponi ci stia dando due romanzi in uno, ma con una certa abilità le storie tutt'affatto diverse sono da lui riunite in vista del finale. Urbino, qui come in quasi tutte le altre opere, ci attira a una visita che vorremmo farle. Non sono però riuscito a capire il titolo, per quanto in due punti si trovi il sostantivo "sipario".

La macchina mondiale illustra con un resoconto scritto in prima persona da un giovane contadino marchigiano il perché e per come una giovane donna di servizio uccida il figlio appena natole e il giovane contadino, marito di lei, si faccia saltare in aria dopo essersi avvolto nella dinamite. Il narratore e protagonista è un ribelle sociale e politico appassionato di teorizzazioni filosofico-scientifiche caratterizzate dall'essere alimentate da una mente malata. Come quella dell'operaio piemontese? No, qui siamo oltre. La "macchina mondiale" è l'immagine che sintetizza le opinioni psicotiche del contadino, Anteo.

Il lanciatore di giavellotto racconta di un certo Damìn che ha la sfortuna di avere una madre bellissima e desiderata, per cui lui, il figlio, è costretto a dividerne le grazie, diciamo così, non solo con il padre, con il nonno e con la sorellina, ma anche con un gerarca locale (si è a Fossombrone, in provincia di Pesaro-Urbino, negli anni trenta), un certo Marcacci il cui ritratto è come minimo avvincente. Il romanzo, ottimo come sempre o quasi, illustra il perché e per come un giovane di belle speranze durante una festa del grano afferra una roncola e uccide sua sorella che balla troppo assiduamente con lo stesso corteggiatore. Che cosa c'entra il lancio del giavellotto? E' una delle qualità di Damìn, ottimo disegnatore sfortunatamente afflitto da un complesso materno colossale.

Tutti vedono che Volponi ha inanellato una serie di ritratti clinici, sì, ma belli.

Meno belli sono i due testi cui accennavo all'inizio. Le mosche del capitale non riesco a terminarlo, comunque sono in questione, sulla e attorno alla ovvia materia fecale, gli alti funzionari dell'industria italiana, tra i quali un certo Saraccini, intellettuale sinistrorso, tenta di farsi luce in rapporto a un progetto democratico di sviluppo industriale e viceversa. Il romanzo tende a non avere capo né coda e non è "divertente" come l'altro da manicomio che è Corporale (v. altrove in questo blog). Semmai non lascia indifferenti il suo diffuso animismo ... hanno la parola non solo un pappagallo e un cane, ma anche piante di ficus, borse, cartelle, poltrone ... forse è una presa in giro della cosiddetta "onniscienza" autoriale ...

La strada per Roma, opera giovanile pubblicata solo negli anni novanta, direi che è un "romanzo di formazione". Guido Corsalini, urbinate, smette di fare il "vitellone" di provincia e passa nella capitale, dove diventa "banchiere"... Siamo nei primi anni cinquanta. Urbino spadroneggia nella prima parte, poi Roma s'installa nel lettore. Il testo fornisce immagini molto forti, tipo l'enorme grossezza del membro del padre di Guido, l'avvenenza di Guido stesso, desiderato da tutte le donne e le ragazze di Urbino ... e per la rima una visita in casino nella capitale ... splendida all'inizio una gita al mare giù verso Pesaro, agra, autunnale, bieca ... non male il breve ritorno a Urbino di Guido, a chiudere i conti con il passato, con il padre ...

Ciò che disturba maledettamente l'arte di Volponi sono le pagine politicanti, sociopoliticanti, economicanti che lui infila, o meglio ci rifila, spesso e volentieri. Per fortuna non nei testi migliori: Memoriale, La macchina mondiale, Il lanciatore di giavellotto ...

P.s. Ultimo, sto leggendo Il pianeta irritabile, pubblicato due volte da Einaudi, prima verso la fine degli anni settanta, poi negli anni novanta... Come altre opere di Volponi non è realizzato ad albero, ma a cespuglio. Peccato che nel cespuglio investano il lettore irritabile varie cadute di stile spermatico-stercorarie dell'autore. In un mondo fisicamente alterato dall'avvenuta guerra atomica un nano, una scimmia, un'oca e un elefante viaggiano ...

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