Cesare Garboli

Adelphi pubblica una raccolta di scritti di Cesare Garboli, studioso e critico di letteratura defunto una decina di anni fa. Nel Corriere di ieri 24 ottobre si recensisce il libro e si racconta di Garboli, diciamo del suo metodo, di cui chi abbia letto Scritti servili, o Falbalas, può essersi fatto ai tempi una o più idee. Innegabilmente Garboli sapeva dare dei suoi autori ritratti godibili, ne sapeva fare dei personaggi, a volte (penso al caso di Antonio Delfini) addirittura li inventava, ragione per cui se andavate poi a leggere Delfini potevate restare un poco perplessi. S'infilava, Garboli, dentro tali ritratti, dal momento che i suoi autori erano o erano stati suoi conoscenti. Scriveva non tanto dei libri di Natalia Ginzburg o di Elsa Morante, ma d'un insieme umano-letterario che intrecciava le loro persone alle loro opere, e Cesare ci entrava. Lo stesso fa il recensore di ieri nel Corriere, ci dice che Garboli era bello, seducente, preparato, intelligente, e che lui, il recensore, lo aveva conosciuto eccetera. Magari non ci racconta che una volta Garboli lo portò in una calzoleria per regalargli un paio di mocassini, come scrisse una volta Garboli a proposito di Goffredo Parise. Sosteneva, Garboli, che tra autore e opera non c'è nessuna differenza, che l'idolatria del testo, linea critica da lui ovviamente non condivisa, era "idolatria d'un multiplo" - idea brillante, se è vero che il famoso testo è qualcosa di stampato, distante dalla pagina originale, ai tempi magari scritta a penna, fatta di correzioni e di cancellature, umana come uno scartafaccio.
Qual è il rischio della linea garboliana? Quello dello sconfinamento, a contatto con l'umano, nel pettegolezzo. Sì, vi è un versante garboliano che a me sembra pettegolo, se non addirittura da "amico delle persone importanti".

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