Gabriele D'Annunzio secondo Piero Chiara

 Vita di Gabriele D'Annunzio è un libro pubblicato da Piero Chiara nel 1978 (ed. Mondadori) che segue anno dopo anno, mese dopo mese, se basta, il percorso (1863-1938) di uno degli scrittori italiani che più sono stati conosciuti in Europa, di un personaggio pubblico che ai suoi tempi fu di primissimo piano. Come indica il titolo del libro, Chiara non si occupa dell'opera (poesia, teatro, narrativa, giornalismo, interventi di natura politica, invenzioni pubblicitarie) di D'Annunzio, ma della sua vita. L'immagine che dà la lettura (e, nel mio caso, rilettura) del libro è quella di una personalità che seppe imporre sé stessa ai suoi contemporanei modificando ai suoi fini la realtà delle cose del mondo. D'Annunzio seppe imporsi nel mondo delle lettere, dell'arte, del teatro, della politica, dell'avventura: del denaro. Chiara lo segue, lo osserva, lo documenta, come scrivevo poco sopra, quasi giorno per giorno, in altri termini se non siamo alla “scala 1:1” poco ci manca. Perché? Che senso ha una biografia tanto dettagliata? Ciò manifesta un atteggiamento, in Chiara - scrittore più che stimabile - di grande concretezza, di grande precisione. Pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settimana, se basta, Chiara costruisce un mosaico cui è difficile sfuggire. In cui potrebbe essere facile perdersi. E invece no. Chiara riporta il suo D'Annunzio alla realtà delle cose del mondo cui “il Poeta” riuscì, al contrario, a sfuggire. Da questo deriva, io credo, l'ironia che corre lungo tutto il libro. Se D'Annunzio lottò per tutta la sua vita e con tutta la sua opera contro la “volgarità” delle cose, Chiara a tale “volgarità” lo riaccosta.

D'Annunzio scrisse una gran parte dei suoi libri in quanto era assetato di denaro, di quel denaro che mai gli bastava per “svolgarizzare” la realtà delle cose, questo si evince dalla lettura della Vita. D'Annunzio lottò sempre contro i suoi creditori, ebbe perenne bisogno di denaro, di moltissimo denaro. Infine si consegnò al fascismo, a Mussolini, diventando un monumento vivente insediato in riva al lago di Garda, nel cosiddetto Vittoriale: un monumento umano internato in una magione monumentale finanziata dallo Stato, dal fascismo, che finalmente, a proprie spese, iniziò a pubblicare l'opera completa dannunziana.

Ai lussi necessari a D'Annunzio per “svolgarizzare” la vita corrispose la sua lussuria: non è facile, né Chiara ci prova, congetturare la quantità di donne che ebbero la discutibile sorte di essere “amate” dal Poeta, magari per poco tempo, e fino all'ultimo periodo della vita. D'Annunzio morì sulla soglia del suo settantacinquesimo anno.

Lusso, chincaglierie, stoffe, tappeti, profumi, essenze, cavalli, cani, lussuria (nulla dies sine ictu, che significa: mai un giorno senza assalto sessuale).

D'Annunzio fu uno snob di gran successo. Era un nessuno, un qualsiasi Rapagnetta Gabriele da Pescara: divenne “il Poeta”, “il Vate”, conquistò Parigi, accumulò debiti in due Paesi, scrisse, scrisse, lavorò alla propria fama e alla propria fame di lusso senza tregua, e non si dimentichi mai che, fino a pochi decenni or sono, scrivere era una fatica oggi inimmaginabile.

Chiara mette in luce che con il 1914 il percorso dannunziano ebbe una scossa, un salto, un diverso “assalto” al mondo: il Poeta tornò in Italia, dalla Francia: divenne “Vate”, invocò l'intervento della Patria in guerra. D'Annunzio fu un “opinion leader”, un “influencer” in direzione del far la guerra. Seicentomila morti, a cose fatte (1918) tra i militari italiani, innumerevoli mutilati, senza contare le vittime civili e le distruzioni nel nord est del Paese. Anche D'Annunzio rimase ferito, perse l'uso di un occhio. Ebbe cioè il buon gusto di partecipare lui stesso, cinquantenne, alla guerra, anche godendo del giocattolo nuovo che era ai tempi l'aviazione. A cose fatte, scontento come moltissimi altri dei “risultati” della guerra in termini di “terre” acquisite, si gettò nella fenomenale impresa di Fiume. Divenne il Comandante. Veloce, finita la guerra, cresceva il movimento fascista. Fiume fu una piccola rivoluzione, un' esplosione di desideri, di ardore, un bazar di idee e di pratiche. Doveva fallire e infatti fallì. Una luminaria novecentesca. Forse la prima in ordine di tempo.

Chiara mostra che D'Annunzio non fu, né subito né per anni ancora, compagno dei fascisti, di Mussolini. Successe pian piano, mostra Chiara, fino al Vittoriale...



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