Room
Di notevole interesse il film “Room”, che ho visto, almeno in parte, due volte in questi ultimi anni. Racconta di un sequestro realizzato da un uomo ai danni di una adolescente. La chiude in un capanno interno a una proprietà. Ne usa sessualmente. La ragazza resta incinta e partorisce un maschietto. Passano cinque anni, i due restano prigionieri nel capanno. Infine con un trucco la ragazza convince il carceriere a portar fuori il bambino. Quest'ultimo si libera, viene aiutato da un passante, ed ecco una pattuglia della polizia. E' la fine della prigionia anche per la madre del bambino.
Qui termina la prima parte del film.
Nella seconda si assiste alle difficoltà che sia il bambino sia la madre hanno a riabituarsi lei, abituarsi lui, alla vita normale, famigliare. E infine alla normalità. Che non è niente di speciale, appunto, com'era invece la sopravvivenza nel capanno.
Ovvie considerazioni: il curioso di una storia affascina fin quando non è spiegato. Altre meno ovvie: senza eccezione tutti i personaggi del film sono antipatici senza rimedio: vien da dire che di tale magagna il film propone un responsabile, il sequestratore, l'uomo, lo stupratore, il padre, che diviene dunque capro espiatorio della cosiddetta antipatia, che di ingredienti ne ha un po' di più...
Non so né intendo sapere se la storia è accaduta veramente, ma vorrei metterla a bagno in una dimensione diversa da quella psicosociopoliziesca, dove da una parte ci sono i molti buoni e dall'altra il cattivo – in mezzo le vittime – per vedere l'effetto che fa.
Vita intrauterina è quella del bambino nella stanza in cui consiste il capanno, è stringente ma sicura; la liberazione equivale a una nascita, e iniziano i guai. La mamma è presa da altro, i personaggi si moltiplicano, in fondo alla via c'è la prospettiva di diventare normali.
Rapporto "fusionale" del figlio con la madre, padre autoritario, premoderno, unica fuga: la tv. Figuriamoci. Formazione conseguente di idee e parole, linguaggio, da parte del bambino. Animismo? La stanza diventa “Stanza”, un armadio diventa “Armadio”, e così via.
Del resto da qualche decennio sento dire “Fiat” e non "la Fiat", “Standa” e non "la Standa" ecc. Il problema è questa personificazione...
A proposito dell'armadio: il bambino vi è chiuso quando il sequestratore e la ragazza “dormono” insieme. Li guarda dalle fessure. In psicanalisi ciò si chiama “scena primaria”. Che può essere certo frutto di ricostruzioni e interpretazioni che, una volta cresciuti, facciamo di esperienze parziali primitive.
In psicanalisi si parla di “romanzo famigliare del nevrotico”, e la storia che narra il film può essere piegata a tale revisione – in effetti molte storie vi si adattano: come racconto che stravolge la realtà ai fini del tornaconto nevrotico. “Mio padre era un tiranno e uno stupratore, mia madre e io sue vittime, ecco perché sono un povero infelice”.
Nel chiudere però insisto sulla incredibile antipatia di tutti i personaggi della storia. Ma non è forse vero che tanti bambini sono odiosi, così come le loro madri e come l'articolato anzi allargato parentado?
(“Room” è tratto da un romanzo di Emma Donoghue, regia di Lenny Abrahamson, 2015)
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