Sceneggiata berlinese

 Ho letto Berlin Alexanderplatz, lungo e celebre romanzo di Alfred Doeblin (1929) tradotto, con esiti in italiano non sempre credibili, dal coraggioso Alberto Spaini. Dopo aver chiesto scusa a chi legge per non aver graficamente dato al cognome dell'autore la dieresi che gli spetta, passo al riassunto. Un proletario di nome Franz, di cognome Biberkopf (testa di castoro), nei secondi anni venti si sbatte entro la grande Berlino tra galera, lavori saltuari, piccoli crimini, donne e alcol. In corso d'opera ladresca perde un braccio. Approda alla condizione di mantenuto da una giovane prostituta che è uccisa - da un "amico" dello stesso Franz. Quest'ultimo defunge in manicomio, l'altro trova la via dell'ergastolo. Definirei il romanzo, certo godibile da insider della città in questione, una sceneggiata berlinese. Tra isteria e delirio (Alfred Doeblin era uno psichiatra) l'opera ricorda Georg Grosz e Otto Dix, che però furono pittori; e Kurt Weill, musicista. I luminari menzionano l' "espressionismo". Segnalo come notevoli le pagine dedicate ai macelli berlinesi. Il finale del romanzo complica le cose ... Cristo risorse, sembra, e pure Franz ...

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