I progetti suicidari di un avvocato
Di recente sono tornato a leggere L'airone, romanzo di Giorgio Bassani. Con maestria vi si rappresentano una giornata di "svago" venatorio e lo stato mentale di un proprietario terriero in disarmo. L'avvocato Limentani nel 1947 si trova - soprattutto si vede, a quaranta anni appena - cornuto, semi impotente, minacciato dai comunisti. Sopravvissuto in Svizzera alla sorte dei suoi correligionari ebrei, è in crisi per essere sopravvissuto; disadatto al mondo, quel che è peggio lo sentiamo disadatto alla sua storia personale. Tutto vero, e insieme tutto travisato da uno stato potente di depressione. Il romanzo o racconto che dir si voglia inizia all'alba e minuzioso termina all'inizio della notte. L'airone del titolo, in un caso esplicitamente sovrapposto al protagonista, è una delle prede della giornata di caccia, beninteso abbattuta dalla guida venatoria in palude di Limentani, non da lui. Che con nefasta abilità interpreta ciò che vede come minaccia, derisione, mancanza, sfida - destinata alla sconfitta. A me i luoghi del racconto, tra Ferrara e il mare, le pianure, i canali, la nebbia, il freddo, erano rimasti in mente piacevoli, ghiotti bocconi di narrativa. Stavolta solo in un caso Bassani mi ha seccato: davanti alla vetrina di un imbalsamatore e armaiolo sita nella piazza principale di Codigoro, momento per altro decisivo ai fini del progetto suicidario di Limentani. Risoluto a farsi fuori, egli quasi in letizia ritorna a casa; organizza l'operazione di spararsi con uno dei due fucili usati in giornata, quindi va come ogni sera a trovare la mamma, già tranquilla a letto. Ricordavo il racconto come una storia di suicidio minuziosa. Sì, è minuziosa, solo che termina sulla porta della camera della madre. Poi in effetti non sappiamo. Forse un "buono a nulla" - come Limentani si sente - non è capace di suicidarsi?
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