"Punto, virgola, punto e virgola"

Parliamo di virgole, non di "Totò, Peppino e la Malafemmina". Vi sono scriventi che le spargono a caso nella loro composizione; costoro sono da respingere senz'altro. Vi sono scriventi che di virgole ne usano troppe, a tratti sembra che costoro vogliano imitare un parlato assai pensoso o un recitativo d'altri tempi. Alcuni tentano giustamente di rispettare lo statuto di parola scritta della loro composizione, che sarà letta nove volte su dieci con gli occhi soltanto, non a voce. Raffinati rari provano a dar luogo a periodi liquidamente scorrenti e poverissimi di virgole, di punti e virgola, di due punti, di lineette. 
Tuttavia, escludendo dal mio abbraccio soltanto gli analfabeti irrimediabili, ricordando che prima del "ma" s'impone la virgola, che in una elencazione i vari "articoli" devono essere separati da virgole ("Venezia, Bologna, Firenze, Roma e Napoli sono città bellissime") salvo gli ultimi due, da separare con la congiunzione "e", ammetto che l'uso delle virgole più che del resto (punti e virgola, due punti, lineette, punti, punti di sospensione, punti esclamativi e punti interrogativi (o di domanda) ) dipende dal gusto personale dello scrivente, dal suo orecchio. 
Come fare per migliorarsi? E' necessario leggere autori di validità certa, contemporanei, scriventi nella lingua che vogliamo perfezionare. Per la nostra consiglio Italo Calvino, Alberto Moravia e Natalia Ginzburg, tra i defunti. Umberto Eco, vivente, è un modello. Meno anziano di lui, bravissimo a scrivere, Aldo Busi. Con Busi, però, siamo già sulla strada dell'acrobazia espressiva, che porta all'Alberto Arbasino, e all'insigne Carlo Emilio Gadda. Meglio farsi i muscoli con i primi tre dell'elenco. Un grande che consiglio a tutti è Beppe Fenoglio.

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