Tre romanzi di Mario Tobino.
Di recente ho riletto Il deserto della Libia, di Mario Tobino. Racconta in terza persona l'esperienza dell'autore in Africa, ufficiale medico aggregato all'esercito italiano durante la guerra contro inglesi e loro sudditi imperiali. Si tratta di un'opera giovanile. La scrittura è piacevolmente sgangherata, vuoi che l'autore fosse alle prime prove, vuoi che l'effetto "primitivistico" fosse una scelta. Licenze da poeta. Divertente la descrizione d'un ufficiale medico matto e cleptomane. L'autore, psichiatra, comunque rappresenta la guerra in Africa come un disastro crescente, ciò che ai tempi (della medesima, non dell'uscita del libro, 1953) sarebbe stato bollato come "disfattismo" (da "disfatta"). In effetti l'esercito italiano non resse da solo all'urto degli "inglesi" e venne "soccorso" dai tedeschi, guidati da Rommel. Che guidò anche gli italiani.
Mentre ne raccomando la lettura non posso nascondere che nel libro sia bizzarra l'omissione della conquista di Tobruk da parte degli italo-tedeschi. Infatti l'autore parla solo dell'assedio di Tobruk.
Ne Il perduto amore Tobino, con una scrittura non più da "primitivo" (siamo nel 1979), riprende il racconto della sua esperienza africana ancora in terza persona. Di nuovo omette la conquista di Tobruk. Stando a Paolo Caccia Dominioni (v. Alamein) gli "inglesi" mollarono Tobruk tanto in fretta da lasciarci una quantità di sontuosi materiali, incluse le scarpe da deserto, che poi sarebbero diventate un articolo sempreverde.
Buona parte del romanzo, è ovvio, si occupa della storia amorosa tra il protagonista e una "crocerossina", Dedè. Il trattamento narrativo di questo amore è ottimo, sapiente, anche gustoso.
Per un fiorentino è poi piacevole leggere le pagine che raccontano la penultima fase della storia, che si "svolge" a Firenze.
Tobino sorvola sui grandi fatti, il suo protagonista, ferito, in pratica termina la sua guerra e si dedica alla ex "crocerossina", anche lei ritornata in Italia.
Necessario è allora rifarsi a un altro libro del nostro, Il clandestino, che lavora al periodo "43/"44. S'inizia con il 25 Luglio 1943, passando al tragico 8 Settembre dello stesso anno.
Mentre ne raccomando la lettura non posso nascondere che nel libro sia bizzarra l'omissione della conquista di Tobruk da parte degli italo-tedeschi. Infatti l'autore parla solo dell'assedio di Tobruk.
Ne Il perduto amore Tobino, con una scrittura non più da "primitivo" (siamo nel 1979), riprende il racconto della sua esperienza africana ancora in terza persona. Di nuovo omette la conquista di Tobruk. Stando a Paolo Caccia Dominioni (v. Alamein) gli "inglesi" mollarono Tobruk tanto in fretta da lasciarci una quantità di sontuosi materiali, incluse le scarpe da deserto, che poi sarebbero diventate un articolo sempreverde.
Buona parte del romanzo, è ovvio, si occupa della storia amorosa tra il protagonista e una "crocerossina", Dedè. Il trattamento narrativo di questo amore è ottimo, sapiente, anche gustoso.
Per un fiorentino è poi piacevole leggere le pagine che raccontano la penultima fase della storia, che si "svolge" a Firenze.
Tobino sorvola sui grandi fatti, il suo protagonista, ferito, in pratica termina la sua guerra e si dedica alla ex "crocerossina", anche lei ritornata in Italia.
Necessario è allora rifarsi a un altro libro del nostro, Il clandestino, che lavora al periodo "43/"44. S'inizia con il 25 Luglio 1943, passando al tragico 8 Settembre dello stesso anno.
Il clandestino è un lungo romanzo dedicato all'inizio della lotta armata appunto clandestina a Viareggio, dopo il 25 Luglio 1943. Protagonista è il gruppo dei resistenti futuri partigiani, tra loro mi pare che spicchi l'ammiraglio Umberto Saverio, messo a riposo in quanto dissidente e molto ben disposto alla lotta, e sia pure da eseguire insieme ai comunisti. Anche gli avversari cosiddetti repubblichini hanno i loro bravi ritratti. Guerra intestina!
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