Céline. Un paio di idee.

Dopo Voyage au bout de la nuit (1932) e Mort à crédit (1936), divenuto celebre, Céline se ne uscì nel ’37 con due pamphlet. Il primo, Mea culpa, prende spunto da un soggiorno in Urss, dove Céline si era recato non a causa di suoi interessi politici o estri turistici, ma per fruire sul posto, secondo la legge sovietica, dei diritti della traduzione in russo del suo primo fortunatissimo romanzo, Voyage. Mea culpa è intriso di ostilità grossolana verso l’Urss. Azzardiamo (prima idea) che, se Céline avesse incassato in patria i suoi diritti d’autore, l'orribile polemica che lo riguarda non sarebbe iniziata. L’altro pamphlet, Bagatelles pour un massacre (’37), il più noto, è un lungo testo “giudeofobico”. Nel ’38 Céline pubblicò, ancora contro gli ebrei, L’ecole des cadavres. Con il terzo pamphlet, Les beaux draps (1941), apparso durante l’occupazione tedesca, giudeofobico e anticomunista insieme, Céline perfezionò la sua posizione di assediato: anticomunista, antisemita e “collaborazionista” dei nazisti.  

Dall’esilio e galera in Danimarca, a guerra terminata, Céline sostenne di aver composto Bagatelles per richiamare l’attenzione dei francesi sul rischio di una guerra (il “massacro”), a suo dire “fomentata dagli ebrei”. Peccato che, ammettendo pure i motivi di “pace” e il giustificato timore della guerra, Céline avesse scatenato sulla carta, secondo modi particolarmente sgangherati, un fiume di odio.

Sartre, dopo la fine della guerra, accennò con acume al Céline antisemita, tuttavia insultandolo come venduto ai nazisti, nel primo capitolo di Réflections sur la question juive (L’antisemitismo, traduzione in italiano del 1947), ma aveva pubblicato due anni prima, su Temps Modernes, un “ritratto dell’antisemita” più specifico. E’ a tale scritto che Céline rispose con una triviale e ridicola eruzione d’improperi (A’ l’agité du bocal, 1948).

Ciò è, crediamo, esemplare dell’estrema, intrepida, volontà di Céline di mettere a rischio la sua fama letteraria per vomitare il suo odio, senza l'elaborazione che rende Mort à credit e Voyage due beltà letterarie.

Quanto a Sartre, la testimonianza di Lucette Destouches, secondo cui egli avrebbe chiesto personalmente a Céline, durante il periodo di occupazione tedesca, di raccomandare ai momentanei vincenti la rappresentazione del dramma Les Mouches, richiesta respinta da Céline con l’argomento della sua mancanza di entrature presso i tedeschi, se fondata, darebbe un certo carattere di ritorsione al Ritratto dell’antisemita.

La formidabile e non effimera „scorrettezza politica“ céliniana, la sua „devianza“ (ciò è in questione, senza dubbio: dalla condizione di romanziere innovativo, Céline passa, con i pamphlet, a quella di sguaiato deprecatore monomaniacale) mi sembrano il prodotto di un processo interattivo tra l’opinione pubblica politico-intellettuale francese e lo scrittore stesso, ammirato-invidiato per il suo successo letterario, poi colpevole di aver scritto, ebbene sì, le sue sciocchezzuole alla Guareschi contro l’Urss; quindi attaccato da chi aveva potuto ritenerlo, a causa dell’antimilitarismo e della rabbia antiborghese dei suoi due primi romanzi, un „compagno di viaggio“ individualista, sì, anarcoide, ma in definitiva non lontanissimo da posizioni „di sinistra“. Si era trattato di una cantonata: una critica anche feroce (odio) contro la borghesia e il suo ordine non implica di per sé inclinazioni socialiste (o comuniste). „Ah! Non!“, direbbe Céline.

Stigmatizzato per il suo rigetto antisovietico, Céline rincara la dose (si veda l’incipit di Bagatelles), e così via, fino alla costruzione, con il contributo dell’interessato, del „mostro“ ben noto.

Nei pamphlet sembrano collaborare, con l’odio fondamentale e fondante di Céline, uno smisurato e patetico nazionalismo francese, l’antisemitismo come idea ricevuta, e l’ombra dei Protocolli dei Savi di Sion, famoso documento redatto pare a cura della polizia politica zarista all’inizio del ventesimo secolo, creduto in tutta Europa (Céline lo menziona – v. pag. 235 della traduzione italiana (Guanda) di Bagatelles) un autentico progetto messo per scritto (!) di dominio ebraico del pianeta (ne hanno trattato tra gli altri Sergio Romano, Cesare De Michelis e prima di loro anche Umberto Eco).

I pamphlet di Céline non sono tuttavia, come potremmo pigramente credere, episodi separati dal resto della sua opera, precedente e successiva. Tra i due romanzi d’esordio e quelli pubblicati in seguito, stilisticamente i pamphlet non stonano, semmai si può dire che in essi Céline non inventa, invece dà la parola alle sue idee politiche e sociali da dilettante esagitato. Questa la differenza.

Le cose che si dicono su Céline“ , così Lucette Destouches, la vedova (ancora nel gennaio 2011 fu condannato al macero, in Francia, un volume che „incautamente“ includeva Céline, com'è giusto, tra i grandi del secolo XX ), hanno innegabilmente molto a che vedere con i „maledetti“ pamphlet, del resto difficili da trovare per volontà della vedova. Oggi, 2020, defunta.

Censura, pubblicità infausta, ma garantita per decenni, questo è un paradosso. Comunque è giusto, dopo aver letto i libelli (come io ho fatto, salvo che nel caso de L'ecole des cadavres), riprendere in mano il resto della narrativa céliniana. Per capire che anche nei romanzi migliori, il Voyage, Mort a credit, respirano in fondo lo stesso gusto delirante, la stessa grevità, lo stesso dimenarsi che, nudi, appaiono negli „allucinati“ pamphlet. Nel dopoguerra prevalse in Céline l’affanno del rivangare. Fino alla morte.

Un avvocato di Céline, finito in carcere in Danimarca e bersagliato in modo vario in patria, sostenne la necessità di distinguere il dottor Louis-Ferdinand Destouches da Céline, lo scrittore dei libelli “incriminati”, con ciò riuscendo a far rientrare in Francia appunto il dottor Destouches. Un artificio da avvocato, certo, che tuttavia ci suggerisce una volta di più che l'essere che scrive e ciò che egli scrive sono entità separate.

Qualcuno può rifiutare la lettura di quel che costui ha scritto, basta così. “C'est tout”, direbbe il nostro.


P.s. Mentre segnalo che le osservazioni di Lucette, la vedova di Céline, sono qui ricavate da Céline secret (a cura di Véronique Robert, ed. Grasset, 2001), suggerisco uno spunto tratto da questo stesso libro. E' la seconda idea. Lucette menziona (pag.152) un recital effettuato dall'attore Fabrice Luchini, l'esecuzione di Voyage au bout de la nuit, lunga ore. Una mia recente lettura completa (finora non riuscita) della versione italiana di Nord, un “romanzo” di Céline pubblicato da Gallimard nel 1960 e da Einaudi nel 1975 (traduttore Giuseppe Guglielmi), mi ha ricordato il lavoro dell'ottimo Luchini - dico ottimo per i film in cui ha recitato. Nord consiste in una vomitata parossistica di oltre 400 pagine fitte che contiene, tra i succhi di bile, la messa in scena o “cronaca” dell'esperienza di Céline, di Lucette (Lili), dell'attore Le Vigan (La Vigue), con al seguito il celebre gattone Bébert, nella Germania bombardata e in via di distruzione da parte dell'aviazione “alleata”. Ebbene, il nostro Tersite* novecentesco è qui, come altrove, un intrattenitore, un affabulatore, un deprecatore che dice la sua sapendo che l'odio la sfigura, ma senza per questo trattenersi.

Probabilmente tutta l'opera di Céline/Tersite meriterebbe un Luchini.


* E' la suggestione di un ricordo liceale: Tersite, personaggio spiacevole dell'Iliade, sobillatore, vile eccetera eccetera. Bastonato.

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