Wolfgang Borchert - narrativa delle macerie

In una cittadina toscana l’amministrazione comunale ha fatto murare, accanto alla vecchia lapide in memoria dei sessanta morti ammazzati in chiesa da bombe “tedesche”, una nuova lapide in memoria degli stessi defunti, infatti è risultato che non i tedeschi, ma gli alleati, furono responsabili, “per errore”, dell’eccidio. Dunque l’eventuale lettore di lapidi avrà da scegliere tra un “falso” d’epoca e un “vero” attuale, “revisionistico” – giustapposti. La verità “narrativa” (tedeschi) non cede a quella “storica”(alleati). In attesa di altre scoperte, naturalmente.
Del resto, chi volesse appurare l’identità della potenza militare che causò oltre duecento morti a Firenze, nell’estate del 1944 (e centomila “sfollati”), avrebbe molte difficoltà, tra le bombe di terra degli ex alleati tedeschi e quelle dal cielo dei nuovi alleati angloamericani, mentre una misera lapide sistemata in un angolo di una strada in periferia, prossima alla stazione del Campo di Marte, gli donerebbe solo una generica deprecazione della guerra. Paolo Sarpi angolo Mannelli, vedere per credere.

W.G.Sebald in Storia naturale della distruzione (2001) tratta del velo steso in Germania, dagli scrittori, sui disastri causati dai bombardamenti alleati sulle città tedesche, spiegandolo come segue: certi autori, correggendo il loro passato in senso antinazionalsocialista, avrebbero finito per glissare sui massacri di civili operati dagli alleati, perché, sottolineandoli, avrebbero dovuto apparire critici nei confronti dei “liberatori”, ciò che sarebbe stato in contraddizione con la loro nuova identità antinazionalsocialista in costruzione. E’ possibile che un simile lavorìo abbia riguardato non solo gli scrittori, ma anche la gente comune - in Germania e altrove.
(...) A quanto pare, tutti hanno perso la memoria a proposito delle molte case distrutte e delle persone che allora furono uccise, a quanto pare hanno scordato tutto, oppure non vogliono assolutamente sentirne parlare (...)” . Così Thomas Bernhard. Nato nel 1931 e, almeno per motivi anagrafici, scevro da timori di compromissione con il nazionalsocialismo, egli tratta e come dei bombardamenti alleati (su Salisburgo), ne L’origine (1975) e ne Il sopravvissuto, un breve testo contenuto in Eventi (1969). Sebald non ne fa menzione, certo perché Bernhard è austriaco. E’ tuttavia un autore tedesco, Wolfgang Borchert, defunto in giovane età nel 1947, che vorrei indicare come testimone alieno dal dimenticare. Merita leggere e tradurre* un suo delicato racconto in merito a certi effetti dei bombardamenti alleati, tratto da Die Hundeblume (1949), cui accenna lo stesso Sebald nel secondo capitolo di Storia naturale della distruzione.

La finestra incavata nel muro superstite s’apriva colma di rosso e azzurro, al tramonto. Tremavano nuvole di polvere tra i resti alti dei comignoli. Le macerie sonnecchiavano desolate. Jürgen teneva gli occhi chiusi. A un tratto s’accorse, da una sensazione d’ombra, che c’era qualcuno, ora, davanti a lui. Sono fritto! – pensò (...).
'Ci dormi bene qui?' - domandò l’uomo guardando dall’alto quel cespuglio di capelli. Jürgen ammiccò al sole che splendeva in mezzo alle gambe storte dell’uomo, e disse: 'no, non dormo. Devo fare la guardia'. L’uomo annuì: 'così è per questo che hai quel gran bastone, eh?' 'Sì', rispose ardito Jürgen, e lo strinse forte. 'A cosa la fai, la guardia?' 'Questo non posso dirlo'. E strinse forte la mano sul bastone.
'Soldi?' L’uomo mise giù il cesto e si pulì il coltello sui calzoni.
'No, non certo ai soldi', disse Jürgen sprezzante. 'A qualcosa di completamente diverso'. 'Allora a cosa?' 'Non posso dirlo. A qualcos’altro. (...) Se non mi tradisci', disse svelto Jürgen, 'questa è la via che fanno i topi'. Le gambe storte fecero un passo indietro. 'Sì, mangiano i morti. Persone morte. Ci campano'.
'Chi lo dice?' Il nostro maestro. 'E tu fai la guardia ai topi?' - domandò l’uomo. 'Non ai topi', e poi disse pianissimo: 'a mio fratello, che sta sottoterra, là'. Jürgen indicò con il bastone il muro rimasto in piedi. 'La nostra casa', disse, 'fu colpita da una bomba. Andò via la luce in cantina, e lui sparì. Lo chiamammo. Era molto più piccolo di me. Appena quattro anni. Doveva essere ancora qui. Molto più piccolo di me'. L’uomo guardò dall’alto quel cespuglio di capelli. E poi disse brusco: 'ma il vostro maestro non vi ha detto che di notte i topi dormono?' 'No', mormorò Jürgen, tutto assonnato, 'non ce l’ha detto'. 'Che maestro è', disse l’uomo, 'che non sa che i topi di notte dormono? Di notte potresti tranquillamente andare a casa. Di notte dormono sempre. Quando fa buio. Sicuro'. “(Nachts schlafen die Ratten doch; Borchert, 1949. Trad. N.S.).
Borchert non aveva nessuna intenzione di dimenticare e di lasciare che i sopravvissuti dimenticassero: la sua prematura morte gli ha poi impedito, eventualmente, di distrarsi dalla “letteratura delle macerie”.


Sebald dedica l’ultima parte del suo libro al romanziere Alfred Andersch, dando luogo a una stroncatura - probabilmente utile a indurre il lettore ad andarsi a vedere o rivedere qualcosa di Andersch, di cui personalmente ricordo solo La rossa (1960), opera non inevitabile. Lo scritto su Andersch mescola considerazioni sulla variegata e magari opportunistica esperienza politica del malcapitato - dagli anni Trenta agli anni Settanta - a valutazioni sull’opera narrativa, e a comprensibili insofferenze circa le manie di grandezza di Andersch, che, sembra, aspirava a superare Thomas Mann: su queste basi Sebald lo stronca come scrittore - non solo a causa del “cattivo gusto” di Andersch qua e là da lui individuato.

Ma fai prima a scrivere: il tale mi sta antipatico.

Sarebbe come stroncare Conrad perché era “antidemocratico” e “filoimperialista”, o Gadda perché prima fu interventista e poi fu iscritto lungamente al P.N.F., o Antonio Pizzuto perché (forse) agente dell’OVRA, o Moravia perché “di sinistra”, o Brecht perché comunista, o Vargas Llosa perché una volta, in Perù, è stato candidato presidente in uno schieramento di “centro-destra” e scrive da gigione benestante sui giornali “liberal-democratici”; o Marquez perché “amico di Fidel Castro”, o Céline perché affetto da “giudeofobia” acuta: facendo, beninteso, derivare la stroncatura dall’eventuale, opinabile criticabilità delle loro vicende private o pubbliche, messa in rapporto con l’opera.
Il fatto che Andersch, nato nel 1914, sia stato dalla parte del nazionalsocialismo negli anni Trenta, e che poi si sia trasformato in qualcos’altro (pensa un po’!), non dev’essere un appiglio cui appendere la critica dei suoi lavori narrativi, magari “autobiografici”.
Non si stronca, non si apprezza, non si svaluta o invece rivaluta uno scrittore facendo confusione tra vita vissuta e vita narrativa. Tra vita e opere. Come fa anche altrove Sebald, ma in positivo, con Robert Walser (1998). Si lavora invece ai materiali disponibili, allo scopo di dare un quadro complesso dell’opera.

* Esiste almeno un’edizione italiana, a cura di Roberto Rizzo, delle Opere (Guanda, 1969). Sempre a cura di Rizzo, l’editore Umberto Allemandi & C. ha pubblicato, di Borchert, Fuori, davanti alla porta e Racconti scelti (2001).

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