Che fanno gli scrittori?
Paolo Mieli due o tre giorni fa ha scritto per il Corriere un articolo sul trascurato tema dei migranti o emigranti che dir si voglia, i quali dalla Libia arrivano in Italia rischiando e spesso perdendo la vita, ciò non di meno mai arrendendosi. La copertura mediatica del tema ora in voga, il covid, ha in effetti nascosto quest'anno il tema migrazione o immigrazione o emigrazione che dir si voglia, che ora torna fuori a causa del processo per "sequestro di persona" che dovrà affrontare Salvini, capopopolo ed ex ministro degli affari interni. Mieli scrive che il suo partito, il PD (trattasi di una esternazione davvero intrepida da lui fatta nel salotto di Madame Gruberin durante la scorsa primavera, non di una mia illazione perfida) non si occupa abbastanza di far alleggerire la presa libica (per altro multiforme) sui migranti, che, in attesa della roulette dell'attraversamento del mare, sono tartassati dai libici, i quali ultimi vengono sovvenzionati dal governo italiano.
Mieli scrive anche che chi si occupava molto dei migranti ai tempi del governo Lega-M5S ora se ne occupa meno. Non ci va più nessuno sulle navi dove languono i poveri migranti guardando, tra uno sbadiglio e l'altro, l'agognata costa italiana!
E "gli scrittori", scrive Mieli, che fanno "gli scrittori"? Perché non vanno più a testimoniare la loro partecipazione allo strazio dei migranti in fila per i loro bisogni davanti ai pochi cessi delle navi che li hanno raccolti in mare? Forse perché "gli scrittori", se vanno a testimoniare la loro partecipazione allo strazio dei migranti stravaccati con lo smartphone in mano nell'attesa dello sbarco, non possono scrivere.
Dice: forse è meglio che certi scrittori non scrivano! E' vero.
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