Il palazzo d'acciaio

Johannes Urzidil (1896-1970) è stato uno scrittore ceco di cui diverse opere sono tradotte, dall'originale tedesco, a cura di Adelphi. Die erbeuteten Frauen (Le donne catturate), una raccolta di testi uscita nella seconda metà degli anni sessanta, non credo che sia stato tradotto. A me l'ha offerto il caso in un mercato fiorentino, dove l'ho trovato su una bancherella di libri usati. L'ho preso, intanto perché scritto in tedesco, lingua che corteggio da tredici anni, e poi per la ragione che Urzidil, come si legge nella retrocopertina, conobbe Kafka. Difatti proprio uno dei suoi testi pubblicati in italiano è intitolato a Kafka. 

Il racconto che dà il titolo alla raccolta, che potrebbe essere tradotto Prede femminili, è un divertimento che l'autore si è preso elaborando temi dell'Iliade. L'autore ha fatto filtrare qualche goccia di comprensibile avversione alle guerre novecentesche, da lui patite almeno in due casi (1914-1918; 1939-1945), in un suo trattamento brillante di alcune circostanze della mitica guerra di Troia. Criseide, una fanciulla catturata da Achille, è consegnata dal "Pelide" - obtorto collo - ad Agamennone, che infine deve riconsegnarla ad Achille, per il buon della guerra stessa. Non definirei il testo inevitabile, comunque vi circola della sensualità e del "sapere dell'inquietante" - di cui oggi si sente la mancanza. Mi spiego: Criseide, cui Achille ha fatto fuori marito e parenti, ne è "innamorata".

Casa Colonna chiude la raccolta e però è il primo che ho tradotto. Racconta in prima persona di un soggiorno in costa amalfitana nei tardi anni venti. Colonna è il cognome del proprietario di una pensione dove il narratore soggiorna, tutto qui. Il narratore scorge presto che in loco transita il grande Gorkij, accompagnato da una graziosa signorina che gli fa da interprete. Gorkij dà poco spago al narratore, per altro interessato all'accompagnatrice del russo. Il narratore sfoga le sue energie facendo degli scavi archeologici estemporanei, infine provoca qualche guaio dando luogo a crolli di materiale arcaico, sì, ma pesante. Comunque tutto finisce bene. In corso d'opera appare un sinistro prestigiatore che intrattiene, per S. Giovanni (24 Giugno), i villeggianti. Costui ricorda il "mago" di cui scrisse Thomas Mann a proposito di una sua vacanza in Italia. Che sole, che caldo, che luce, che mangiate! L'autore mostra in questo racconto una discreta conoscenza della lingua italiana. E, come è chiaro nel pasticcio omerico, la sua cultura classica.

L'eredità di Morgenroth racconta in prima persona di un giostraio, Dilly (Urzidil-Dil-Dilly), che si ostina a girare i paesetti boemi con il suo ambaradan privo di motore elettrico, ma invece mosso da due cavalli. La giostra presenta inoltre la caratteristica di esser costituita da cavalli di legno scolpiti da un certo Morgenroth, logicamente un poco malmessi via via che gli anni passano. Dilly è peraltro punzecchiato da un conoscente che gli consiglia spesso di riorganizzare l'intera giostra in nome della modernità. Il fatto è che Dilly è nemico della modernità, a suo dire priva di anima e tendenzialmente disumana. Anche qui, coi nomi che il narratore e protagonista conferisce ai cavalli di legno, traspare la cultura classica dell'autore.

La costola della nonna racconta in prima persona, direi autobiograficamente, l'attaccamento del protagonista a tale osso, ricordo a dir poco macabro di una "estumulazione" avvenuta durante la sua infanzia. La costola potrebbe essere vista come "oggetto transizionale" (D. W. Winnicott), sennonché tra gli strumenti intellettuali di Urzidil questo interprete eterodosso della psicanalisi sembra mancare. In definitiva Winnicott negli anni sessanta doveva esser noto solo agli specialisti. Comunque sia, direi che la parte più interessante del racconto, a tratti per forza di cose stomachevole, sta nell'omaggio a Jaroslav Hasek, uno scrittore ceco famoso per aver scritto la storia di Sc'vejk, un proletario che fa il tonto e sopravvive ai guai della prima guerra mondiale, da lui vissuta nell'esercito austro-ungarico. Come Urzidil. In quanto "crosta" hasekiana mi pare che il racconto valga. In un suo angolo ho trovato un accenno alla lingua di Urzidil, definita "gergale" da un personaggio secondario. In effetti potrebbe essere una confessione dell'autore, ostico da tradurre.

Il ritratto di un bambino racconta di due conoscenti cechi che, finita la seconda guerra mondiale, si incontrano per caso a New York, dove però non si trovano per caso, ma per essere entrambi riparati negli Stati Uniti allo scopo di sfuggire, si legge, ai tempi della "caccia all'uomo". Uno è pittore, e invita l'altro, il narratore e protagonista, ad andare a trovarlo. Il protagonista si presenta a casa del pittore con un quadro che costui gli ha donato trenta anni prima, un ritratto di Lolo, figlio del pittore stesso, sposato con una donna ai tempi ben conosciuta e diciamo attenzionata dal protagonista. Essendo Lolo defunto in circostanze che oggi diremmo di cattiva custodia di minore, l'apparizione del quadro scatena un inferno domestico tra il pittore e la moglie. Del racconto è degno di nota il tema del rapporto tra ideazione e affettività nell'opera d'arte. La signora difende la parte dell'affettività, il pittore quella dell'ideazione. Per lei il ritratto di Lolo è Lolo. Per il pittore non conta invece l'oggetto di un quadro, ma i colori e i rapporti formali da esso rappresentati. Realismo contro astrattismo?

Il palazzo d'acciaio è il nome che l'autore dà a un carcere newyorkese modernisssimo, che in realtà rappresenta il novecento e le sue conquiste, invise, ormai è evidente, a Urzidil. Vi è recluso un certo Castaldo, siciliano, padre di un bambinetto trovato ucciso da colpi di arma da fuoco nell'area di un cimitero di auto, nel New Jersey. Protagonista del racconto è un giornalista, Coppersmith, che indaga sulla morte del bambino, Eddy. Il padre è recluso per aver partecipato a una rapina. Evaso, per l'appunto viene catturato - con sparatoria - nell'area dello stesso cimitero di auto dove era riparato Eddy, scappato da casa. Perché Eddy è scappato da casa, da sua madre e dai molti fratelli, e proprio alla vigilia di Natale? Secondo le congetture di Coppersmith, perché intendeva visitare il New Jersey, magnificato a scuola da una maestra nativa di quello Stato. Nella realtà un po' meno magnifico.

La duchessa d'Albanera ci riporta a Praga, per fortuna, e ai tempi dell'imperio austro-ungarico, finito, male o bene a seconda dei punti di vista, nel 1918. Un bancario di nome Schaschek, che si nutre sistematicamente un giorno di prosciutto e un giorno di salame e, da animista,  si rivolge ai cetrioli sottaceto intanto che li porta, chiusi in un barattolo, dal mercato a casa, tiene in un armadio il ritratto della duchessa d'Albanera, un piccolo quadro dipinto dal Bronzino che si trova in casa di Schaschek perché da lui sottratto all'improvviso, d'impeto, nella Galleria Nazionale, dove era esposto. Schaschek mangia due panini imburrati, il prosciutto, i cetrioli (magari non tutti!), poi cava da un pregiato armadio un pregiato violino ed esegue un'improvvisazione in onore della duchessa d'Alabanera, ovvero del di lei ritratto, appoggiato su una poltrona di velluto. Finita l'esecuzione Schaschek parla al quadro e lo informa del fatto che da ora in poi non farà più la misera vita prigioniera - appeso a una parete del museo. Nessuno sospetta Schaschek del furto, di cui anzi né i giornali né le autorità immaginano chi possa essere l'autore: o un ingenuo o un matto, affermano, infatti il quadro del Bronzino non è commerciabile. Non ho ancora terminato la traduzione di questo bel racconto.

Urzidil (Dilly) è stato testimone del tramonto di un mondo che forse non era granché, ma che il Novecento ha scassato in modo tragico. Siamo tutti nel palazzo d'acciaio.

P.s. Schaschek, che parla con i cetrioli sottaceto, figuriamoci se non parla con la duchessa d'Albanera. Fin qui siamo in ambito psichiatrico, per farla breve; però quando la duchessa risponde, il racconto entra nella sfera del fantastico. Comunque sia, i due dibattono alquanto la nuova condizione del ritratto, oggetto d'amore di Schaschek. Sto per terminare la traduzione. A proposito: non posso renderla pubblica, perché Urzidil è morto da cinquanta anni soltanto e valgono i diritti di proprietà dei suoi discendenti e dell'editore. 

(Finita la traduzione: il bancario, convinto dalla duchessa, riporta il di lei ritratto dove lo ha rubato. Un custode del museo, licenziato perché non si è accorto del furto, si trova frattanto nei guai. Seri. Schaschek, informatone, vorrebbe rimediare denunciandosi alle autorità, ma cozza contro la calma che la restituzione del quadro ha ristabilito. Deve quindi vedersela da sé con i suoi sensi di colpa... La figlia del custode, mi spiego, si è uccisa, la moglie è morta di crepacuore...)


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