Il linguaggio del corpo nei racconti di Raymond Carver
Diversi anni fa qui segnalai che definire come "linguaggio del corpo" il "linguaggio non verbale" è sbagliato e che il primo è alquanto opaco, mentre il secondo è relativamente chiaro. In questi giorni ho preso a leggere Da dove sto chiamando, una raccolta del 1988 curata da Raymond Carver, scrittore statunitense i cui racconti avevo letto molti anni fa nei vari volumi tradotti in italiano - e in Elephant, che acquisii nell'originale. Alcolismo, crisi di coppia, precarietà lavorativa ne sono i noti temi. Ciò che di nuovo ho trovato stavolta è relativo al linguaggio del corpo come strumento espressivo nella narrativa. Non sono certo di condividere tale scelta, ma non sta qui il punto: Carver offre una notevole quantità di esempi di che cos'è il linguaggio del corpo. Tornando a noi: se agito in alto una mano a distanza in direzione di una persona, questo è linguaggio non verbale. Se parlando con una persona mi stiro i polsini del golf fin sopra le mani, questo è linguaggio del corpo. Se mi picchietto le labbra con le nocche di una mano guardando una persona, questo è linguaggio del corpo. Il rossore è linguaggio del corpo. Il linguaggio del corpo è involontario, il linguaggio non verbale è volontario. A proposito della opacità - e quindi interpretabilità - del linguaggio del corpo ricordo il titolo beffardo di un libro di Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo ...
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