Albert Camus: Lo straniero

L'étranger fu pubblicato nel 1942 da Gallimard. La Francia da un paio di anni era in mano alla Germania.
Il titolo del romanzo di Albert Camus è stato tradotto in italiano come Lo straniero; in spagnolo come El extranjero; in tedesco come Der Fremde; in inglese come The Stranger, ma anche come The Outsider. Anche la versione cinematografica di Luchino Visconti (1967) ha come titolo “Lo straniero”. La versione italiana, Lo straniero, dovrebbe essere intesa in senso metaforico, a meno che Mersault, il protagonista, un francese residente in Algeria, ai tempi colonia francese, non valga come uno straniero per la sua vittima, che è un arabo per così dire a casa sua; se non è l'arabo stesso uno straniero per Meursault. Sindrome coloniale? Nel testo però non c'è traccia esplicita di temi del genere. Per cui, sulla scorta della proposta in inglese, The Outsider, eccellente, e di quella in tedesco, Der Fremde, perfetta perché il termine indica sia lo “straniero” sia l' “estraneo”, direi che la traduzione in italiano da preferire è L'estraneo. In effetti il tema risaltante nel testo è l'estraneità del protagonista e narratore rispetto al mondo sociale che lo circonda.
Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun ha asserito una volta, in un articolo pubblicato da La Repubblica, che la peste di cui tratta un altro celebre romanzo di Camus intitolato a tale epidemia e ai suoi effetti sociali, è una “metafora del nazismo”. Forse del regime dal 1940 installatosi in Francia con le conseguenze del caso?
Affermare comunque che L'étranger è una “metafora” (di certi effetti) del colonialismo francese nel mondo arabo, se non una “metafora” della sconfitta subita dalla Francia (v. la morte della madre del protagonista) da parte della Germania (1940), o una “metafora” del “disimpegno morale” e dei suoi disastrosi risvolti, pare una forzatura ai danni del testo.


1. Un omicidio volontario, ritenuto dai giudici premeditato, riceve la condanna alla pena capitale, consistente ai tempi nella decapitazione. L'assassino è un uomo sui trent'anni, Meursault, impiegato in una ditta privata come contabile, che non ha rapporti personali diretti con la vittima, fratello della ex amante di un conoscente e vicino di casa di Meursault stesso, Raymond Sintès. Il romanzo, che ricorda per lunghi tratti un diario (senza date) del protagonista, ma che consiste anche in estese sintesi autobiografiche (carcerazione e processo) redatte dal medesimo, termina rimandando il lettore ad un futuro culminante nel giorno dell'esecuzione, della quale non si sa altro che, salvo un rinvio o un provvedimento di “grazia”, prima o poi avverrà.
L'omicidio ha luogo d'estate su una spiaggia vicina ad Algeri. Meursault insieme alla sua donna, Marie Cardona, a Raymond, a un certo Masson e alla moglie di quest'ultimo, trascorre una domenica al mare ospite dei Masson, che hanno una casetta sulla spiaggia. Dopo un bagno e un lauto pasto ben innaffiato di vino, durante una passeggiata sulla spiaggia, Meursault, Raymond e Masson incontrano due arabi, dei quali uno è fratello della ex amante e mantenuta di Raymond, da quest'ultimo picchiata e umiliata. Anche il fratello della ragazza in precedenza ha provocato Raymond, secondo quanto costui riferisce, e le ha prese.
Gli arabi hanno seguito al mare i francesi. I cinque uomini si affrontano, si picchiano, Meursault non partecipa, e il fratello della ex amante di Raymond ferisce a coltellate Raymond stesso. I francesi fanno ritorno al capanno dei Masson e il ferito viene medicato da un medico che abita nei paraggi. Meursault e Raymond tornano però sul luogo della rissa, trovano i due arabi e Raymond avrebbe intenzione di sparare con la propria rivoltella al rivale, sennonché Meursault convince l'amico a dargli l'arma.
Dunque: Raymond è andato al mare armato.
I due tornano alla casetta dei Masson, Raymond entra, invece Meursault, che molto ha bevuto e molto patisce il caldo e la luce oltre che la prospettiva di riferire il nuovo episodio e dare spiegazioni alle due donne, non sale in casa; la scaletta, ripida, lo disgusta, e torna in riva al mare. Da solo; è stordito sempre più dal caldo e dalla luce. Estate algerina. Attratto dall'idea del fresco di una sorgente che si trova in prossimità del luogo della rissa, vi trova di nuovo l'arabo feritore. Disteso. I due, distanti l'uno dall'altro una decina di metri si guardano senza parlare; Meursault crede di notare nel volto dell'arabo dell'ironia, se non della derisione. E' stravolto dalla luce e dal sole. Ha ancora con sé la rivoltella di Raymond; si avvicina all'arabo, questi estrae il coltello e lo mostra a Meursault, che spara una prima volta; dopo un attimo spara ancora quattro volte. Uccide l'arabo. Finisce in prigione accusato di omicidio volontario e premeditato. Dopo circa un anno ha luogo il processo. Meursault è condannato alla pena capitale.
Il romanzo però inizia con le pagine che il protagonista scrive sulla morte di sua madre, forse sessantenne, da lui sistemata in un ospizio statale presso Marengo (Hadjout), e sul funerale di lei, cui lui partecipa, a Marengo, non senza aver “vegliato” la bara per una notte “insieme” ad alcuni ospiti dell'ospizio. L'omicidio avviene poco più di una settimana dopo il funerale. Nel frattempo Meursault inizia una relazione con Marie Cardona, ex collega d'ufficio ritrovata sulla spiaggia, in Algeri, la mattina dopo il ritorno da Marengo; ed è coinvolto da Raymond Sintès nella storia che questi ha con la ragazza araba (“moresque”), sospettata dal francese di “imbrogli”. Di fatto Meursault accetta di scrivere per Raymond una lettera alla ragazza allo scopo di indurla a tornare dall'amante, intenzionato però solo a vendicarsi di lei. Dopo che Raymond picchia la ragazza, caduta nel tranello, dando luogo all'intervento di un agente di polizia, deve recarsi in un commissariato per ricevere un'ammonizione, e Meursault gli fa da testimone “a discarico”. Questi fatti (morte della madre, funerale, relazione con Marie, “complicità” con Raymond) non hanno stretta ed esplicita relazione con l'omicidio, tuttavia sono chiamati in causa sia durante la fase istruttoria sia durante il processo. Il giudice istruttore prima, il procuratore generale poi, sostengono che Meursault non è un uomo come gli altri, infatti non ha reagito alla morte della madre come di solito avviene ai più. Non solo ha “messo” la madre all'ospizio (ciò non pare un'efferata stranezza, lo prova il fatto che sia lo Stato a provvedere a tali istituzioni: è un argomento dell'avvocato difensore di Meursault); non ne conosce bene l'età, non ne vuol vedere la salma, non piange, fuma sigarette all'interno della camera ardente, dove beve anche un “trasgressivo” caffellatte offertogli per altro dal portinaio dell'ospizio; non si raccoglie in preghiera di fronte alla tomba e se ne va da Marengo subito. Torna subito in quel “nido di luci” che è per lui Algeri. Allo scandalizzato giudice istruttore dirà chiaro del resto di non credere in Dio. L'indomani, sabato, tornato in città va al mare, durante il bagno ritrova la ex collega Marie; i due, piacevolmente distesi su una piattaforma galleggiante, si toccano, poi parlano un poco del funerale in quanto la donna nota che, al momento di rivestirsi, Meursault indossa una cravatta nera (dunque il “nichilista” porta il lutto!) e gliene chiede la ragione; la sera vanno al cinema a vedere un film con Fernandel (attore comico francese a noi noto per la serie cinematografica “Don Camillo e Peppone”), secondo Meursault stupido e anzi demenziale, e si toccano ancora. Concludono la serata a casa di Meursault. Vanno a letto insieme.
Essendo la fama di Raymond Sintès quella di magnaccia, il fatto che Meursault si sia fatto coinvolgere negli strascichi della storia con la ragazza araba non gioca certo a suo favore. L'omicidio è avvenuto nel contesto di un rapporto “vergognoso” com'è quello tra la “losca” araba e il chiacchierato francese.
I giudici riescono a convincere la giuria che l'innegabile stranezza dell'omicidio commesso da Meursault ai danni di una persona che gli è all'incirca ignota, per di più uccisa con cinque colpi di arma da fuoco, si spiega con la mancanza di principi morali dello stesso omicida. Un “anticristo”, così - anche ironicamente però - il giudice istruttore; un “mostro morale”, così, serissimo, il procuratore generale.
In carcere Meursault deve affrontare la sua condizione di illibertà. Niente sesso, niente sigarette, è questa la punizione - lui comprende. Noia, tormento, qualche lettera di Marie, una sua visita senza seguito (non sono mica sposati!). Meursault trova nell'osservazione del cielo e nell'ascolto dei rumori della città qualche conforto; si esercita a ricordare i dettagli di casa sua in modo meticoloso. Dorme infine molte ore. Per quanto, dopo che è finito il processo, verso l'alba, l'ora in cui “loro” usano presentarsi ai condannati ai fini dell'esecuzione, lui si sforzi di decifrare i minimi rumori esterni alla sua cella. Nel testo la pena capitale implicitamente è deplorata.
Meursault ascolta con fastidio il cappellano della prigione che intenderebbe dargli “conforto” religioso. Esasperato, alla fine lo prende per il colletto della tonaca e gli urla in modo confuso l'insieme delle proprie “riserve” circa il fatto di essere stato condannato a morte. Pensa di essere destinato alla decapitazione per non aver pianto al funerale di sua madre e per essere andato la sera seguente al cinema a vedere Fernandel insieme alla sua conquista femminile! Lo sfogo, che in effetti sposta Meursault dalla sua solita posizione di non coinvolgimento emotivo, pare che gli giovi, che lo sciolga. “Come se quella gran collera mi avesse purgato dal male, vuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segnali e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Ho sentito di essere stato felice a provare la sua gran somiglianza con me, in fin dei conti la fraternità, e di esserlo ancora. Perché tutto fosse compiuto, perché mi sentissi meno solo, mi restava da augurarmi che il giorno della mia esecuzione ci fossero molti spettatori e che essi mi accogliessero con grida di odio.”


2. L'estraneità anonima di Meursault è tollerata dalla società, dal suo ambiente. Meursault non è odiato, semmai qualcuno lo trova strano, per esempio il principale, in ufficio – perché a Meursault non interessa trasferirsi a Parigi! O Marie, alla quale lui dice di non essere innamorato di lei “perché la cosa non significa nulla”.
Altri del resto non lo scansano, anzi: né Marie stessa, cui lui piace, né Raymond (perché gli conviene), né Masson, né Céleste, il padrone della trattoria dove Meursault prende di solito i pasti. Né Salamano, un anziano vicino di casa cui Meursault dà talvolta spago a proposito delle vicissitudini che Salamano patisce con il proprio cane.
Quando tale estraneità, che è il tema enorme del romanzo, si evidenzia con l'insensato omicidio, Meursault diviene per la società, per il “popolo francese”, intollerabile. E acquista lo stato di uomo odioso. E' però utile cercare qualche coordinata di questa estraneità, magnifica e malefica, che può essere guardata in svariati modi. Meursault potrebbe essere come un “caso clinico” psicologico-psichiatrico: è “evitante” in rapporto alle persone e alle emozioni, ai sentimenti comuni. Potrebbe esser considerato parzialmente “autistico”. Come affetto a tratti da “depersonalizzazione”. Come “sociopatico”. A tratti ricorda lo scrivano Bartleby, il personaggio creato da Melville, quello che “preferirebbe di no”. “Filosoficamente” sembra uno scettico. Un nichilista. E' certo un non conformista: non crede in Dio, non crede nell' “amore”, nel matrimonio; rifiuta un invito di Raymond al bordello perché è qualcosa che non gli piace. Afferma altresì che i poliziotti non gli piacciono. Attenzione: non crediamo che su queste due ultime idiosincrasie di Meursault si possa “edificare” alcunché di “politicamente” schierato. Meursault è un non conformista “politicamente” disimpegnato. E la paga cara.
Meursault, distante dalle persone e dai sentimenti condivisi, dalle emozioni, è sensibile invece alla natura, al cielo, al mare, ai colori, ai suoni ed agli odori della città, cose che ama, e se non le ama ne è confortato. E' sensibile alle grazie femminili.
E l'omicidio? Durante il processo Meursault dà, goffamente ma non a torto, la colpa alla situazione: sole, caldo, luce accecante. Certo non trascuriamo la potenza di un primo pomeriggio d'estate in Algeria su un uomo che “farebbe bene” a starsene all'ombra, per digerire il pranzo, per smaltire il vino bevuto. Del resto è un giovanotto, in questione, non un vecchietto. Ma in questione ci pare anche il fatto che Meursault abbia in tasca una rivoltella di Raymond. La presenza di armi induce di per sé atti, “scelte”, che altrimenti è ovvio che non si produrrebbero. La rivoltella aspetta il suo momento, come il pugnale, che, Borges ha scritto una volta, sta in attesa, magari chiuso in un cassetto, con i suoi “sogni di tigre”.
Sottolineiamo altresì con forza il fatto che Raymond vada al mare, apparentemente per passarvi una giornata con gli amici, armato. Ciò potrebbe indurci a pensare a una sua premeditazione, se non a una trappola da lui (e da Masson?) tesa a Meursault. Sarebbe tuttavia una forzatura.
E l'ucciso? Questi appare come l'ultimo momento di una serie “persecutoria”: Meursault non ha trovato motivi per rifiutare a Raymond la propria ”complicità” in merito alla bega con la ragazza araba; né per rifiutargli l'apporto “epistolare”; né per non fargli da testimone al commissariato; poi ecco alcuni arabi che aspettano, la mattina dei fatti, Raymond davanti a casa, indifferenti, fermi. Diversi! Ciò è testuale. Tra loro il fratello della ragazza. Due di loro seguono non si sa con quale mezzo i francesi (Meursault, Marie e Raymond) fin sulla spiaggia. Poi avviene la rissa e Raymond viene accoltellato. Dopo, lui e Meursault tornano in riva al mare e affrontano i due arabi. Infine Meursault: rivoltella in tasca, eccolo di nuovo davanti al feritore.
Ma che cosa vuole quest'arabo? Come si permette? Spariamogli.
E' tuttavia, questa, una pista che nel testo è debole. Implicita, non esplicita.



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