Le 4 giornate di Napoli

Ieri Mieli e ospiti a Rai Storia (precovidianamente, credo) commemoravano le 4 giornate combattenti che ai napoletani servirono per convincere le truppe tedesche a lasciare la città, nel tardo settembre del 1943. Impegnato in cose meno nobili, ho seguito solo la seconda metà del programma, per cui ignoro (e me ne dolgo) se la giovane professoressa e i tre giovanissimi studiosi, con Mieli, cui cordialmente invidio il sarto, abbiano menzionato il motivo per cui i tedeschi in armi si trovavano nella simpatica città di Napoli. Poche settimane dopo l'Otto Settembre, data del voltafaccia sabaudo-badogliano. Erano forse calati maximis itineribus (avrebbe detto Giulio Cesare ai suoi tempi) da Berlino? No, risalivano la penisola a partire dalla Sicilia, dove si erano ritirati dopo essere stati sconfitti, insieme agli alleati italiani, dagli anglo-americani in Africa settentrionale. Solo che gli alleati italiani, dopo l'Otto Settembre, erano divenuti per magia nemici, per cui il dente avvelenato tedesco non era del tutto incomprensibile. 

Naturale che nel corso del programma sia stato menzionato il film "Le quattro giornate di Napoli", di Nanni Loy, dei primi anni sessanta, con Gian Maria Volonté eccetera. Che io ai tempi vidi, abbeverandomi alla fontana delle mezze verità, eppure convinto di inghiottire acqua buona. Per vomitarne le ultime tracce ho aspettato molti decenni. L'emetico decisivo è stato un libro, Storia della repubblica di Salò, di Deakin, un inglese che negli anni sessanta spiegò per filo e per segno come erano andate le cose attorno al 1943. In effetti il titolo originale era: The brutal friendship. Mussolini and Hitler: the fall of italian fascism.

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