Sostanza e forma in Antonio Pizzuto

L’arte (l’arte narrativa, intendo) è sintesi di materia, di sostanza e forma, non contenuto e forma, come dicono tanti (che sbagliano, naturalmente, perché l’arte non è un veicolo, dove ci si mette un vagone in più, e c’è dentro qualcosa). L’arte come sostanza e forma: e mi si son presentati subito grandi problemi, che mi hanno accompagnato tutta la vita, cioè a dire sul rapporto tra sostanza e forma. La sostanza riguarda la validità poetica di quello che ho fatto. La forma deve essere integrata da una sostanza, perché, se sotto non c’è sostanza, allora io faccio un poème en prose, un arabesque, non faccio della narrativa. Ma sotto questa sostanza c’è, se io ho qualcosa da raccontare … cioè qualcosa da rappresentare (‘raccontare’ è una bestemmia che ho detto), allora io raggiungo questo risultato.” (Pizzuto parla di Pizzuto, a cura di P. Peretti, Milano 1978).


La lettura di Sul ponte d’Avignone mi suggerisce dell’altro. Antonio salva “la forma” quando sposa la fidanzata nonostante che non la ami più, amando l’altra, quest’ultima essendo, credo, “la sostanza”, anch’essa da salvare: una giovane malmaritata. Salvare la forma e la sostanza, come Antonio tenta di fare, gli crea tutte le difficoltà che il romanzo inscena. Il rapporto tra forma e sostanza è difficile, il protagonista corre dall’una all’altra delle due per conciliarle, scontentando entrambe. A notte fonda “il peccatore cattolico” (così W. Pedullà nella prefazione a Sul ponte di Avignone) lascia il letto di Sostanza per guadagnare la casa “lecita” di Forma: prima di andare in ufficio fa un salto da Sostanza, le porta un po’ di provviste, s’informa su come sta la bambina. E’ padre di due figlie, una di Forma, una di Sostanza, poi di un bambino (Forma). Curandosi di loro le trascura, trascurandole aumenta la sua eccitante dedizione.


Pizzuto ha, col tempo, onorato sempre di più la forma (letteraria), divenendogli la sostanza un oggetto sacrificato all'abilità retorica. In Pagelle I troviamo note esplicative al testo, indecifrabile: qualcuno ha usato per l’ultimo Pizzuto l’appellativo cattivello di “giocoliere”, Contini parla invece di “alpinismo di sesto grado”.

Sono scritte in francese, le caritatevoli note esplicative, non saprei perché, se non ricordassi l’uso che di questa lingua si faceva, in privato e in società, a scopo di segretezza o discrezione, o di gioco salottiero, schermaglia. Il testo è indirizzato a lettori colti, se ho ragione è quindi in questione una sorta di rovesciamento del rapporto di trasparenza, tra italiano e francese: al lettore Pizzuto getta, comunque, l’osso di una pudica didascalia. “Narration d’une nuit d’amour manquée qui débute par le remplissage d’un rèchaud a petrol, moment ancore plein d’espoir.” Sempre la stessa storia: “Soli in due, almeno questa notte (…) invece, ora di sgattaiolare, imbacuccato” (Avignone). In francese : “l’homme doit partir (…) enfin elle s’endort et ne sera réveillée qu’au matin, par le bruits, à la cuisine, de l’homme qui, de retour, dépose le provisions dans l’evier, prépare du café” (Pagelle I).


Il deposito della sostanza narrativa e della “materia autobiografica” (G. Contini, nota a Si riparano bambole) si trova, io credo, in Avignone, dove si è “bestemmiato” (raccontato) in merito a un protagonista che mal sopporta le vicissitudini della bigamia, forma ridondante del matrimonio. Pubblicato soltanto nel 1978, da Rizzoli, con nome e cognome autentici dell’autore (defunto), Avignone nell’edizione originale fu firmato con lo pseudonimo “Heis”.

Storia banale, scrive Pedullà. Sì, finché capita agli altri.

Meglio delle spiegazioni in francese, Avignone, musica narrativa nient’affatto tradizionale, sintesi da latinista e insieme spezzature febbrili, ci dà il tema di cui Pagelle I e Ravenna offrono, a tratti, le variazioni.


Ravenna è faticoso, referenzialità baluginante, disorientamento celestiale. La scrittura è vicina alle cose, dunque esse si vedono e non si vedono, o sono trasfigurate retoricamente. Minima prospettiva. Come in una foto sottoposta a ingrandimento, si osservano particolari sgranati, l’insieme si perde. Si trovano nuovi insiemi. Sempre più ingrandita, la foto perde rapporto con quel che “era” il suo oggetto. Il modo di Pizzuto di non raccontare va verso la microscopia.


Nell'intervista rilasciata a Paola Peretti verso la fine della sua vita Pizzuto teorizza il non racconto:

L’argomento, naturalmente, è l’argomento trascendentale. Che cosa importa a me sapere dove abiti, chi c’è a casa che t’aspetta? Non m’importa niente, ma mi importa di vederti. Io non posso più camminare, e la messa l’ascolto alla televisione. E allora, a guardare alla televisione tutte quelle ragazze, ognuna che aspetta il suo destino (…) è una cosa che mi sconvolge profondamente.”


Vedere, dunque, rappresentare, percepire, senza coordinate anagrafiche, per trovare il destino. “Mi importa vederti”. Il tuo esserci non ha a che fare con la tua storia, ma con la mia percezione di te. Nessuna concessione a una realtà al di là della percezione-rappresentazione.

L’intervista mi fa sentire la presenza dell’intervistatrice, la femmina. M’importa vederti, indipendentemente da chi “c’è a casa che t’aspetta”. Pizzuto amava la donna come fenomeno irrinunciabile della realtà, si direbbe, questa passione perenne spiega l’ostinazione di Antonio, torturante; di Bibi, ironica, a tenersi impegnati con una donna, l’altra, “impossibile”, in Signorina Rosina detta Compiuta. La sostanza è resa inavvicinabile dalle esigenze della forma, l’essere ammogliati dei protagonisti. Eppure non si può fare a meno di accostarsi.


Compiuta? Signorina Rosina, credo il meno ignoto dei libri di Pizzuto, rappresenta un punto d’arrivo, un oggetto di culto, compiuta opera letteraria: incompiuta resta la visione della donna, il contatto con la di lei sostanza. Bibi paziente vaga e scrive. Il lavoro lo tiene felicemente lontano, agli ordini del Capo, dalla moglie e dall’amante, divenuta intrattabile.

La bigamia e l’adulterio, io credo, sono ricerca di sostanza a dispetto del matrimonio, quest’ultimo utile tuttavia come limite creatore di eccezionalità: “soli in due, almeno questa notte (…). Invece, ora di sgattaiolare cauto, imbacuccato”. La “nuit d’amour manquée” è quella che, nella scrittura, vorrebbe render giustizia alla forma e alla sostanza. Mica facile. La sperimentazione letteraria è bigamia, o adulterio, la forma tradizionale del raccontare è matrimonio. La notte d’amore della scrittura è compiuta in Signorina Rosina, ma non basta, la ricerca deve andare avanti, sempre di più l’occhio s’avvicina al corpo della madre (in Avignone la compagna segreta è detta e chiamata ripetutamente “mamma”), esce dalla nostra dimensione per conquistarne altre, microscopiche.


Essenza delle mie pagine, loro frutto e fonte ad un tempo, è un antistoricismo assoluto. La storia è un’esigenza a priori, categorica, inattuabile nella realtà storiografica perché è una ricerca senza fine che nessun risultato può soddisfare. Da qualsiasi dato possibile, lo sappiamo bene, scaturiscono incessantemente problemi nuovi. Il fatto è dunque un’astrazione, continuamente trascesa dal nostro bisogno di storia, che può concepirsi come una ricerca della persona nella persona, della vita nella vita: una narrazione insomma che ne sarebbe l’espressione e che io distinguo dal racconto, ma (…) narrare non è l’opposto del raccontare. Raccontare è proporsi di rappresentare un’azione, cioè uno svolgimento di fatti ma, anziché rappresentarli, il racconto in ultima analisi li registra.

Personaggi, eventi, dati psicologici, tutto si va pietrificando via via che lo si racconta. La narrazione vince l’assurdo di tradurre l’azione in rappresentazioni poiché riconosce che il fatto è un’astrazione. Se i personaggi raccontati sono dei documenti, i personaggi narrati sono dei testimoni, la rappresentazione non è più offerta ab extra, come una planimetria sottoposta al lettore, ma scaturisce intuitivamente da ciò che legge, con una compartecipazione attiva, direbbe un tomista in contuizione. La narrazione diventa così sostanza-forma, cioè stile, non più analisi, ma sintesi trascendentale in cui l’azione riprende vita, poiché la narrazione non ne è più il ritratto, bensì una risonanza.” Così Pizzuto nella ricordata intervista.


Ravenna riprende, sembra, alcune scene presenti in Avignone, ma sposta la vicenda, per dir così, in anni diversi, dagli anni venti ai cinquanta. Ricolloca spezzoni della vicenda in un tempo successivo e l’accompagna avanti. Se avevamo lasciato una bambina, Giovanna, figlia “illegittima” del protagonista, a scuola dalle suore, in Ravenna la “ritroviamo” liceale, si chiama Fufina, fidanzata, sposa e madre. Continuazione e ricollocamento temporale. Appaiono nuovi personaggi, ma, se s’abbandona la voglia di capire e di orientarsi, se si abbandona l’idea di “spiegare” Ravenna con Avignone, se si rinuncia a credere che la storia “proceda”, la lettura è felice (fluttua liberamente). Eppure, in Signorina Rosina il protagonista accenna ad un suo misterioso libro che s’intitola “Ravenna”. In Ravenna (libro in nostra mano), il quadretto natalizio tra padre e figlia (la città fa da parola d’ordine in un loro gioco) è lo stesso che si legge in Avignone. I tre testi si tengono, si parlano. In maschera.


In Si riparano bambole Pofi, il protagonista, si perde nella microscopia cui lo espone crescentemente il narratore, qua e là baluginante in ironie dirette al lettore; “Periodi contorti, oscuri, mai un punto e da capo (segno di avarizia, forse)”. Contini racconta che Pizzuto chiamava questo testo “Siribambole”. Restringimento squisito. Come in Tre millimetri al giorno, un romanzo di fantascienza di Richard Matheson: il protagonista pian piano si perde (nove centimetri il mese), diviene piccolo, nano, bambolotto, soldatino di carne, minimo, microscopico, infine invisibile particella dell’infinito. Titolo originale: The Shrinking Man, l’uomo che rimpicciolisce, ma anche: timido.

In Pizzuto ci si perde nel mare delle percezioni. Nel racconto di Matheson le proporzioni spaesano, un ragno è un mostro enorme, finché nulla d’umanamente riconoscibile resta. Pofi si perde con dolcezza nel non so dove, quando, perché, con chi, come. Prima appare tra gli altri della sua famiglia, il nonno, la nonna, i genitori, le zie, i fratelli, nel grande appartamento, si distingue. Più avanti, nel mite, sconfitto, sereno Pofi, v’è traccia di qualcosa, come una ferita impercettibile prima, poi visibile e dolorosa. La vita è questo, in Pizzuto, una perdita vissuta in mite luce. Nulla rimane, salvo barbagli minimi. Non c’è niente da fare, se non scrivere (Pofi, l’ “imbelle”, tenta un romanzo dove un tizio scrive un romanzo in cui un tizio scrive un romanzo), aspettando la morte, infine, in un asilo gestito da suore: tra l’altro, per far passare il tempo, vi si riparano bambole.


Spera male un autore se si figura dei lettori benigni per la sua flemma narrativa o che indulgano alla trasparente astuzia con cui, candido e mite, egli vuole tenerli in affanno. Scansiamocene”. E invece.





 

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