Un romanzo di Borgese: "Rubè"

Colpevolmente in ritardo, ma in occasione del centenario della sua uscita (1921), ho letto Rubè, di Giuseppe Antonio Borgese. Si tratta di un lungo romanzo abbastanza pirandellistico che narra la storia di Filippo Rubé, nevrotico siciliano che dal paesello passa nella Capitale disposto a far carriera avvocatesco-politica. Sennonché incombe la guerra (1915-1918) e Pippo, interventista convinto, diviene soldato. Pervenuto nei dintorni della pugna scopre di aver paura, o di poter averne, se ne vergogna, e il suo interventismo si stempera in nuances più intimistiche. Introspettive! Non disdegna altresì di sfruttare tali rispettabili paturnie per sedurre una fanciulla, Eugenia. In battaglia Pippo si batte da prode e riceve una buona ferita che gli permette di ospedalizzarsi in modo definitivo. Viene distaccato a Parigi con compiti diplomaticamente militari. Impara la lingua e s'incapriccia di una borghese d'alto bordo, Celestina, cui tenta di servire di nuovo il piatto viltà-coraggio-oh-povero-me. Senza successo. Fa ritorno in Italia, a Milano si sposa con Eugenia, femmina che il desiderio maschile raggela - voglio dire che non le piace sentirsi desiderata. Alla prima occasione Pippo se la batte. Ma calma: fermenti tremendi squassano l'Italia, si sa, la "settimana rossa", lo squadrismo fascista. Pippo non sa che pesci pigliare, è disoccupato, stenta come avvocaticchio avventizio.  Una notte va a giocare con un ex camerata e vince svariate migliaia di lire alla roulette. Scappa dalla città - non prima di aver lasciato un po' di soldi alla moglie. Va in riva al Lago Maggiore e guarda caso chi ci trova? Celestina, la bellissima e appetitosa signora francese, sposata con un generale e madre di tre o quattro figli.

Da qui in poi lascio al lettore, alla lettrice, il gusto della sorpresa. Ce n'è a iosa.

Finita la cosiddetta Belle Epoque (con l'accento acuto sulla E), il periodo di pace europea che va dal 1870 al 1914 (all'incirca, mi raccomando) comincia il tremendo ventesimo secolo, i conti non tornano più, i regni si vorrebbero capovolgere, e anche i valori. Pippo lo sa e non lo sa, comunque ci mette del suo, dicevo: la nevrosi.

Non è un brutto romanzo, quello di G.A.Borgese, a parte qualche pagina un poco noiosa di esposizione dell'argenteria intellettuale dell'autore. E' ricco, mosso, colorito, sbarazzino, intrepido. Penso a mio nonno Sandrino (1895-1934) che legge Rubé e mi gratto la testa.

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