L'isola di Arturo

 L'isola di Arturo (1957) è un celebre romanzo di Elsa Morante che, non senza colpa, ho letto solo in questi giorni. Mi si è presentato sabato scorso in un luogo di "scambio libri" e non ho potuto evitare di prenderlo. Della Morante avevo letto soltanto La storia, e a rate molto distanziate! Nel post che precede questo ho affermato che certi scrittori italiani non hanno nulla da invidiare a quelli di altre letterature più frequentate della nostra. E infatti.

In prima persona un certo Arturo Gerace racconta della sua infanzia e adolescenza, vissute nell'isola di Procida. Il romanzo termina nel momento in cui il protagonista/narratore compie quindici (o sedici? Ora non ricordo) anni e lascia l'isola con l'intenzione di arruolarsi nell'esercito italiano in vista dell'inizio della guerra. E' solo verso la fine del racconto che si sa con certezza in quale epoca si svolga la vicenda (1925-1940, all'incirca). Tale riserbo praticato dall'autrice mi ha però provocato, durante la mia lettura, a cercare tracce cronologiche: ho trovato un accenno alla regina, ciò che mi ha indotto a individuare un terminus ante (la monarchia in Italia finì nel 1946); e un accenno all'attore Clark Gable, che mi ha fornito invece un terminus post (il suo primo film risale mi pare al 1924)...

E' notevole che l'autrice abbia omesso la Storia ...

Arturo è figlio di un giovane dandy non privo di risorse economiche e incline a incontrare uomini. A tale scopo ("imbrocco", "rimorchio", "cruising", "battouage": come si vuole) questi si assenta spesso dall'isola e vaga nei dintorni di Napoli (ferrovia circumvesuviana), ma "si spinge" anche a nord (linea Roma-Viterbo); tuttavia Arturo scopre la limitatezza geografica dei "viaggi" paterni solo al termine del racconto. Fin lì, adorante, ha creduto in altri generi di imprese e itinerari paterni, e ha preso l'abitudine di "studiare" le pagine di un atlante.

Il padre, figlio di un italiano e di una tedesca (da ciò il nome: Wilhelm), non è "del tutto" omosessuale: abbiamo una moglie, defunta al momento di partorire Arturo, e, quando questi ha circa quattordici anni, una seconda giovanissima moglie, Nunziata. Il secondo matrimonio di Vilèlm dà luogo alla nascita di un bambino, Carmine. 

I rapporti tra Arturo e Nunziata potrebbero indurre gli orecchianti del freudismo a imbastire trame "edipiche", così rinfrescando l'errore del caposcuola, il quale in merito alla trama di Edipo Re (Sofocle) non tenne conto del fatto che Edipo ignora che Giocasta sia sua madre e Laio suo padre*. Comunque in effetti, e avendone voglia, si potrebbe, meno vagamente, imbastire una ricostruzione freudiana de L'isola di Arturo nei termini di un'altra suggestione del caposcuola, il quale trattò l'interessante tema del "romanzo di famiglia dei nevrotici" (Familieroman): "Nunziata non è mia madre, io sono figlio di un'altra donna che è morta partorendomi ..."

Arturo si innamora della matrigna, l'assale, ma costei, non insensibile del resto alle attenzioni del figliastro, quasi coetaneo, lo rifiuta.

Agli orecchianti del freudismo suggerirei del resto un'altra via indicata dal caposcuola: quella del "complesso edipico" invertito: Arturo ama il padre, la rivale è Nunziata, l'intrusa, e così via ... 

Comunque sia, quando Arturo scopre, e in modo derisorio, urtante, che suo padre si è preso una gran cotta per un giovanotto, e che non viaggia il vasto mondo per fare grandi imprese, ma va a "dragare" sulla ferrovia circumvesuviana, l'amore immenso non muore, no, ma diviene insopportabile, come tutto ciò che è l'isola. E Arturo la lascia. Lascia l'isolamento dalla realtà. V. l'ignoranza della Storia...

Per finire: la lingua italiana è qui onorata dalla Morante con amore e levità, e sapienza. Graziosissimi sono i pezzetti dialettali inseriti nell'impasto, pochi. Deprecabile è invece l'uso del condizionale presente quando serve il passato, un vezzo di cui molti scrittori italiani hanno fino a pochi decenni fa patito.

* In effetti ne tenne astuto conto mettendo la circostanza nella categoria dell'inconscio (non sapere = inconscio).

P.S. La edizione (Einaudi anni ottanta) che ho avuto in mano è corredata da una introduzione di Cesare Garboli, il noto critico à la Sainte-Beuve, su cui,  per il rispetto dovuto ai defunti, non scriverò neppure una riga.

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