Gabri, frena!
Dopo aver letto per la seconda volta, nel contesto di una mia rilettura completa di quasi tutte le opere di Piero Chiara, la Vita di Gabriele D'Annunzio, ho deciso di misurarmi con Il fuoco e con Notturno, che, insieme a Il piacere e a L'innocente, costituiscono tutto il (poco) D'Annunzio in mio possesso. Notturno, opera scritta in stato di menomazione visiva a causa di una grave ferita subita da Gabriele durante un combattimento aereo (il nostro partecipò alla cosiddetta grande guerra), è piuttosto sopportabile forse proprio a causa dell'accennata menomazione, perché è in sordina; comunque ne ho rimandato la lettura completa a un futuro senza data. Il fuoco, romanzo scritto verso la fine del diciannovesimo secolo, sono riuscito con gran fatica a leggerlo fino in fondo. Pare che ai tempi tale opera abbia suscitato un certo clamore a causa del riferimento dei protagonisti, Stelio e Fosca, a Gabriele stesso e a Eleonora Duse, entrambi celebri e notoriamente legati per anni da una relazione amorosa. Importandomi zero di tale relazione amorosa, passo qui a dire la mia sul romanzo, che mi ha provocato a tratti noia e malessere, quasi fosse diventato un qualcosa di persecutorio ai miei danni, ma che non è privo di spunti interessanti. Direi quasi, se non fosse assurdo, che bisognerebbe riscriverlo da cima a fondo, per prima cosa ripulirlo dai fiotti di vomito di sapere da liceo classico emessi dall'ex brillante allievo del Cicognini, celebre istituto pratese dove Gabriele fu mandato a studiare dalla natia Pescara. E liberarlo dalle manie di grandezza del protagonista, che come spesso avviene in D'Annunzio, ha un cognome comicamente snob, Effrena (accento sulla prima “e”). E' un dettaglio, questo dei cognomi "ricercati", che già avevo notato leggendo Il piacere e L'innocente. Del resto D'Annunzio aveva a che fare con un cognome di famiglia piuttosto ridicolo, Rapagnetta, e si capisce che fosse portato a un vero e proprio vizio mistificatorio. A parte tale complesso d'inferiorità personale compensato con un cognome, quello del protagonista, cui, solo spostando l'accento sulla seconda “e”, viene resa ironica giustizia (“...e frèna!...”), l'accennata psicopatologia compensatoria si allarga all'eccessiva importanza che il romanzo dà a Venezia, all'Italia, agli italiani, all'antichità classica, quando sappiamo che l'Italia era una cenerentola tra le nazioni europee, era un povero Paese balbettante tra i giganti, tra i “barbari”, come si compiace di definire il romanzo chi non “discende” da Roma...
Quanto allo sfrenato Stelio, il romanzo lo presenta sì come un gran poeta adunatore di folle, un oratore ammaliante, un ideatore di grandi opere tragiche, di coreografie che qualche decennio più avanti sarebbero forse piaciute a un celebre “barbaro” di nome Adolf - ma non come un cretino. La concezione che Stelio ha del rapporto tra arte e realtà, opportunamente frenata, sarebbe nutriente. La realtà, piuttosto grigia, va animata dall'arte, va reinventata: bisogna bucarla per scorgere i fondamenti anche sacri della vita, della natura, della civiltà. Leggendo, a tratti ho pensato a D.W.Winnicott, l'autore di Gioco e realtà (Playing and reality), dove per gioco si deve intendere l'invenzione per cui un frammento apparentemente trascurabile può stare per un amabile, fondamentale tutto. L'oggetto soggettivo di Winnicott io lo ritrovo in questo romanzo brutto da morire e da rifare - sì, ma chi mai lo può rifare?
Senza trombonate, appunto con della buona sordina, si riuscirebbe a procedere.
Ora vediamo la storia amorosa tra Stelio e Fosca, tra il gran poeta, l'animatore, e l'attrice. Sembra che il suo sganciamento dalla dimensione del fare, i due, arte e il suo “abbassamento” a “banale” storia tra un “giovane” e una donna di qualche anno più anziana, in pratica ossessionata dal suo essere “vecchia”, “navigata” e di continuo surclassabile da rivali giovani... sia stato un tragico errore … Può darsi che ciò in tanti casi sia vero: che in nome dell'amore si perdano tante altre opportunità. Fate la guerra (e sia pure per l'arte), non fate l'amore, pare che suggerisca Il fuoco.
P.S. Merita riflettere sul nome Perdita che nel romanzo a tratti Stelio dà alla Fosca. Scartando ipotesi di "imbarazzi" di tipo ginecologico e ironie annesse, viene da pensare alla perdita (Loss) di cui si occuparono diversi decenni fa gli studiosi di derivazione etologico-freudiana (John Bowlby capostipite) del comportamento infantile. Attaccamento e perdita. Che riguarda anche coloro che non sono più bambini e si "amano".
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