L'amore coniugale messo alla prova della sua traduzione in romanzo
Nel 1949, se non sbaglio, Moravia pubblicò L'amore coniugale, un breve romanzo che narra di un aspirante scrittore il quale si dedica alla stesura di un breve romanzo intitolato “L'amore coniugale”. A tale scopo il protagonista si ritira insieme alla moglie in una villa prossima a una città toscana. A un tratto costui viene preso dalla convinzione di perdere energia creativa a causa dei suoi amplessi con la moglie. Li interrompe e scrive fino a completare il testo. Quando passa alla trascrizione a macchina del lavoro svolto si accorge di non esserne contento. Della moglie come giudice della qualità del testo egli si fida fino a un certo punto. Come se ne esce? La storia si svolge nel 1937. I coniugi sono di condizione socio-economica buona nel senso che possiedono una casa in città e una al mare, oltre alla villa in Toscana, né hanno bisogno di lavorare per vivere. L'aspirante scrittore non è (neppure) capace di radersi da sé, per cui fa venire in villa ogni giorno un barbiere dal vicino paese. Al barbiere un giorno viene proposto di “acconciare” i capelli alla signora. In corso d'opera l'uomo sfiora le braccia della signora con ciò che indubitabilmente risulta un'erezione - com'è ovvio trattenuta dai calzoni, ma sensibile. La donna è sconvolta da tali contatti, e chiede al marito di “licenziare” il barbiere. Ciò che il marito non fa: in definitiva non crede alla moglie non solo come giudice letterario, ma neppure come testimone plausibile di un “affronto” diremmo maschile e proletario. In realtà il barbiere ha cinque figli e, come più tardi l'aspirante scrittore appura, la fama di donnaiolo. Recatosi in città con un “calesse” per comprare la carta per la macchina da scrivere, l'aspirante scrittore, si è portati ad ammettere, lascia campo libero al “femminaro” (il barbiere è siciliano, per cui ci sentiamo di usare questo temine da noi appreso da Camilleri). Forse la signora, “sconvolta” dal contatto con la prepotenza della erezione del barbiere, ne è anche rimasta coinvolta. Insomma, forse i due, intanto che l'aspirante scrittore è in città per la carta, se la intendono. Sta di fatto che una notte il marito coglie la moglie insieme al barbiere, i quali, non senza una certa eleganza coreografica, se la fanno tra i covoni, sotto la luna. Inghiottisce il rospo, il marito e, come se nulla fosse, intrattiene la moglie, quella notte stessa, leggendole l'intero testo, ovvero “L'amore coniugale”. La signora ascolta la lunga lettura e in effetti concorda che il romanzo sa di poco. Ciò che dà sapore al racconto, noi che lo leggiamo oggi, a distanza di oltre settant'anni, abbiamo capito che cosa sia. Non trascurabile è del resto che il titolo del romanzo che leggiamo sia lo stesso del romanzo che scrive – e riscrive – l'aspirante romanziere. Per cui noi è come se leggessimo il risultato di tale riscrittura. Il “racconto speculare” nel 1949, anno d'uscita de L'amore coniugale, non era una novità esplosiva, ma neppure un luogo comune com'è oggi. (V. Rolf Breuer, “L'autoreferenzialità nella letteratura”, in La realtà inventata, a cura di P.Watzlawick, 1981, ed. it. Feltrinelli 1988).
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