Il conformista secondo Moravia

Il conformista (Moravia, 1951) racconta brani tra loro distanti della breve vita di Marcello Clerici dando luogo a immagini di Roma, delle sue strade, degli interni, dei giardini privati - degli abiti, dei corpi. Con un ammirevole risparmio di parole Moravia è sempre capace di suscitare atmosfere consistenti: a me paiono acide - come tuttavia spesso acida è la vita.

Per chi non ricorda il romanzo, passo a riassumere la storia. Marcello Clerici, figlio unico di una coppia infelice, ma piuttosto ben collocata dal punto di vista sociale ed economico, nasce nel 1907 e nel 1920, a tredici anni, patisce un'avventura che oggi diremmo di pedofilia omosessuale. Ne esce convinto di aver ucciso il seduttore sparandogli con la pistola che gli era stata promessa in cambio di “favori”. Lo ritroviamo nei tardi anni trenta funzionario dei servizi segreti (OVRA, “opera vigilanza repressione antifascismo” - la sigla però nel testo non appare) incaricato di organizzare l'assassinio di un oppositore politico del regime riparato in Francia. L'oppositore viene in effetti sgozzato da sicari e insieme a lui viene uccisa anche la moglie. Il Clerici, sposato, una figlia, vive la sua vita incapsulato in una normalità che è divenuta, dopo l'episodio del supposto assassinio del pedofilo, il suo scopo manifesto: voglio dire che l'autore costruisce il conformismo del protagonista sotto il segno di una consapevole adesione alla normalità. Letture psicanalitiche di qualche decennio fa potrebbero indurre un lettore sventato a considerare il concetto di “falso sé”, sbagliando. Il caso Clerici appartiene interamente alla sfera della coscienza, al contrario del “falso sé”; per cui in questione è la classica ipocrisia. Clerici non crede in nulla, se non nel fatto di aver ucciso un uomo che intendeva sedurlo. Aderisce alla normalità come compensazione del suo supposto delitto adolescenziale e di qualche incertezza in merito alla propria identità sessuale. I compagni di scuola lo prendevano in giro chiamandolo “Marcellina”...

In un balzo arriviamo al 25 Luglio 1943, ovvero alla caduta del fascismo. Freddamente Clerici osserva che il “cavallo” su cui ha puntato non vincerà la corsa. Gira curioso e piuttosto tranquillo per Roma, insieme alla moglie, e vede il giubilo dei più che, illusi, ritengono l'incubo finito. Invece è appena iniziata la sua fase peggiore. S'inoltra tra gli alberi, al Pincio, attirato da un improvviso desiderio di sua moglie di amoreggiare al buio, ma ecco un tizio che reca in mano accesa una lampadina elettrica: si tratta un cercatore di compagnie maschili. Illumina la coppia e riconosce Clerici. “Marcello...” Si tratta dell'antico seduttore!

In questo modo, che a me pare reggersi in piedi a discapito della credibilità (nella sera convulsa del 25 Luglio 1943, al buio, non è facile riconoscere in un trentaseienne il tredicenne visto due volte, e sia pure in modo non banale, ventitré anni prima), Clerici comprende di aver basato la sua adesione alla normalità su un assunto erroneo: quello di aver ucciso un uomo. Di essersi macchiato dell'organizzazione di un crimine politico in nome del conformismo. Insomma, tutto sarebbe sbagliato, nella vita di Marcello Clerici. Il conformismo, non solo il suo com'è naturale, è una colpa.

Due sono i limiti della costruzione moraviana. Uno, forse perdonabile come “licenza poetica”, lo ho segnalato poco sopra. L'altro limite risiede nell'eccessivo dominio della dimensione conscia, diurna, nelle “scelte” conformistiche del protagonista. Non a caso ho usato il termine “costruzione”. Clerici è più il pezzo di una “dimostrazione” che non un personaggio romanzesco.

Ometto di descrivere la fine della storia.

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