La prima esperienza amorosa di Carl Joseph Trotta
Dal romanzo La marcia di Radetzky (Joseph Roth, 1932) - prima parte, capitoli 3 e 4 - mi permetto di estrarre qualche brano. Prima del 1914 l'epoca; l'azione si svolge entro l'impero austro-ungarico. Personaggi: il giovane sottotenente degli ulani barone Carl Joseph von Trotta, suo padre, il sergente maggiore della gendarmeria Slama e sua moglie Katharina Luise.
Dietro i binari c'era il comando della gendarmeria. Carl Joseph ne conosceva il capo, sergente maggiore Slama. Decise di bussare. Entrò nella veranda, vi si soffocava; bussò, tirò la corda del campanello - nessuno. Si aprì una finestra. La signora Slama si sporse sopra i gerani e chiese: “Chi è?” Vide il giovane e disse: “vengo subito!” Aprì la porta dell'atrio. C'era freddo e un certo profumo. La signora Slama aveva addosso gocce di qualcosa di buono. Carl Joseph pensò ai locali notturni di Vienna. Disse: “non c'è il sergente maggiore?” “E' in servizio, signor von Trotta!” - rispose la donna. “Ma entrate!”
Carl Joseph sedette nel salotto degli Slama. Era una stanza bassa, rossastra, fredda come una ghiacciaia, le alte spalliere delle sedie - foglie rampicanti di legno dall'intaglio complicato - davano fastidio alla schiena. La signora Slama andò a prendere della limonata fredda, ne bevve con leggiadria qualche sorso, manierato il relativo mignolo, accavallate le gambe. Sedeva accanto a Carl Joseph girata dalla sua parte e dondolava un piede, nudo, imprigionato nella pantofola di velluto rosso. Carl Joseph guardò il piede, poi la limonata. La signora Slama non lo guardava in faccia. Lui tenne il berretto sulle ginocchia, strette, seduto con la sua limonata come se fosse un obbligo di servizio berla. “E' tanto che non venite qui, signor von Trotta!”- disse la moglie del sergente maggiore. “Siete davvero cresciuto! Avete già compiuto quattordici anni ?” “Certamente, è tanto che li ho compiuti!” Pensò: lasciare la casa il più possibile alla svelta, bere in un sorso solo la limonata, fare un bell'inchino, porgere i saluti al marito assente e via. Impotente guardò la limonata, incapace di berla. La signora Slama ne versò ancora. Portò delle sigarette. Fumare era vietato. Se ne accese una lei, negligente fece un tiro gonfiando le alette del naso e dondolò il piede. Di colpo senza una parola gli prese il berretto dalle ginocchia e lo mise sul tavolo. Poi gl'infilò la sigaretta in bocca, la mano sapeva di fumo e di acqua di Colonia, balenante la manica chiara del suo abito a fiori estivo davanti agli occhi di Carl Joseph. Educato, lui continuò, guardando la limonata, a fumare la sigaretta ancora umida delle labbra della signora Slama. Lei però se la rificcò tra i denti e si mise dietro Carl Joseph. Lui aveva timore di voltarsi. A un tratto balenanti, le braccia di lei gli furono al collo, il viso s'immerse nei suoi capelli. Né lui si mosse. Ma il cuore gli batteva forte, una gran burrasca eruppe in lui, febbrilmente trattenuta dal suo corpo irrigidito e dai solidi bottoni dell'uniforme. “Dai!” - sussurrò la signora Slama. Gli si mise in grembo, subito lo baciò dandogli occhiate da birichina. Le cadde sulla fronte una ciocca bionda di capelli, lei la guardò un attimo e cercò di soffiarla via. Lui cominciava a sentirne il peso sulle gambe e insieme nuova energia lo attraversava tendendo i suoi muscoli nelle cosce e nelle braccia. Cinse la donna e ne sentì le tenera freschezza, il seno, attraverso il rigido tessuto dell'uniforme. Un risolino lieve salì dalla gola di lei, quasi un singhiozzo, come un gorgheggio. Nei suoi occhi c'erano lacrime. Poi arretrò e cominciò con grazia e precisione ad aprire l'uniforme, un bottone alla volta. Gli mise una mano, fresca e gradevole, sul petto, gli baciò a lungo la bocca, sistematica e piacevole, e d'improvviso si levò, come se un rumore improvviso l'avesse spaventata. Saltò su, sorrise e pian piano lo tirò, camminando all'indietro, con entrambe le mani tese e la testa voltata indietro, una luce nel volto, fino a una porta che aprì con un piede. Passarono nella camera da letto.
Come incantato e in deliquio, lui tra le palpebre semichiuse vide che lei lo spogliava, lenta, accurata, materna. Con un certo spavento notò come un pezzo dopo l'altro della sua uniforme da cerimonia afflosciato cadeva, udì il sordo tonfo delle scarpe e sui suoi piedi subito sentì le mani della signora Slama. Dal basso gli salì fino al petto una nuova ondata di calore e di freschezza. Si lasciò cadere. Accolse la donna come una morbida grande onda di delizia, di fuoco e acqua.
Si svegliò. La signora Slama, davanti a lui, gli porse un pezzo dopo l'altro dell'abito; lui cominciò a vestirsi in fretta. Lei andò in salotto, gli portò berretto e guanti. Gli si accostò alla giubba, sul viso lui sentiva il continuo sguardo di lei, ma evitò di guardarla. Batté i tacchi, esplosivo, porse la mano alla donna, ostinato si limitò a guardarle solo la spalla destra, e se ne andò.
Da un campanile suonarono le sette. Il sole si accostava alle colline ora azzurre come il cielo e appena distinguibili dalle nuvole. Dai fiori sul margine della via spirava un delicato odore. La brezza serale pettinava l'erba dei prati su entrambi i lati della strada; la si vedeva ondeggiare tremante sotto quell'invisibile, leggera e vasta mano. Le rane nelle paludi iniziarono a gracidare lontane. Dalla finestra aperta di una casetta gialla della periferia una giovane donna guardava la strada vuota. Per quanto Carl Joseph non l'avesse mai vista, la salutò, gagliardo e rispettoso. Lei annuì un po' sorpresa e grata. Fu come se solo ora lui avesse salutato la signora Slama. La donna stava alla finestra, estranea e familiare, come una guardia alla frontiera tra l'amore e la vita. Dopo averla salutata lui si sentì di nuovo ritornato al mondo. Allungò il passo. Un quarto alle otto e fu a casa, informò suo padre che era tornato, incolore, breve e risoluto, come si addice agli uomini.
Il sergente maggiore Slama ogni due giorni faceva il pattugliamento. Tutti i giorni veniva in prefettura con un fascio di documenti. Né incontrò una volta Carl Joseph, che ogni due giorni verso le quattro del pomeriggio marciava sul comando della gendarmeria. Verso le sette lo lasciava. Il profumo della signora Salma che lui portava con sé si mescolava con gli odori delle riarse sere estive e gli restava giorno e notte nelle mani. Stava attento, a tavola, a non accostarsi al padre più del necessario. “C'è odore d'autunno, qui”, disse una sera il vecchio. Per lo più la signora Slama usava profumo di reseda.
(…) Presero il treno per Vienna. Il figlio leggeva il giornale, il padre le sue carte. Il vecchio a un certo momento ne distolse lo sguardo e disse: “a Vienna ordineremo un paio di pantaloni da sera, ne hai solo due paia.” “Grazie, papà!” E continuarono a leggere.
Mancava appena un quarto d'ora all'arrivo quando il padre riordinò le sue carte. Il figlio mise subito via il giornale. Il padre guardò il vetro del finestrino, poi per qualche secondo il figlio. D'improvviso disse: “lo conosci il sergente maggiore Slama, no?” Il nome sollecitò fortemente la memoria di Carl Joseph, era un richiamo ai vecchi tempi. Vide subito la strada che portava al comando della gendarmeria, la stanza bassa, la vestaglia a fiorami, il letto ampio e ben rifatto, sentì l'odore dei prati e insieme la reseda della signora Slama. E si mise in ascolto del padre. “Purtroppo quest'anno è rimasto vedovo”, continuò il vecchio. “Una cosa triste. La donna è morta di parto. Dovresti andare a trovarlo.”
Nello scompartimento si fece d'improvviso un caldo insopportabile. Carl Joseph tentò di aprirsi il colletto. Mentre inutilmente lottava per trovare qualcosa di adeguato da dire, gli salì un caldo, infantile, folle desiderio di piangere, gli si chiuse la gola e gli si seccò il palato, come se non avesse bevuto da giorni. Sentiva lo sguardo del padre, guardò il paesaggio con intensità, sentì la vicinanza della meta verso cui viaggiavano come un inasprimento della sua pena, desiderò trovarsi almeno nel corridoio e capì nello stesso tempo che non avrebbe potuto sfuggire allo sguardo del vecchio e a ciò che diceva. Racimolò alla svelta un po' di debole, provvisoria energia, e disse: “andrò a trovarlo!”
“Sembra che tu non sopporti il treno”, osservò il padre.
“Certo, papà!”
Muto e rigido, oppresso da una pena cui non avrebbe saputo dare alcun nome, che mai aveva conosciuto e che era come un'oscura malattia di provenienza ignota, Carl Joseph andò all' albergo. Gli riuscì di dire “pardon, papà!”, poi si chiuse nella sua stanza, aprì la valigia e ne trasse la cartella dove si trovavano alcune lettere della signora Slama nelle buste in cui erano arrivate, con l'indirizzo cifrato, Weisskirchen in Moravia, fermo posta. I fogli azzurri avevano il colore del cielo e un effluvio di reseda, e i caratteri graziosi, neri, correvano come un ordinato stormo di snelle rondini. La grafia della defunta signora Slama! Quei caratteri parvero a Carl Joseph come notizie premature dell'improvvisa fine di lei, saluti anticipati dall'aldilà, di una grazia spettrale scaturente solo da mani consacrate dalla morte. All'ultima lui non aveva risposto. Il diploma ottenuto alla scuola cadetti, i discorsi, il saluto, la cerimonia, la nomina, il nuovo grado e la nuova uniforme persero il loro significato davanti a quella fila di scure lettere alate su sfondo celeste. La sua pelle recava ancora tracce delle mani carezzevoli della morta, le sue proprie mani calde serbavano ancora il ricordo del fresco seno di lei; a occhi chiusi vide la beata spossatezza di quel volto colmo di amore, la bocca rossa, aperta, la luce bianca dei denti, il braccio negligentemente piegato, in ogni linea del suo corpo il riflesso fluttuante di sogni felici e di sonni contenti. Ora i vermi le strisciavano sul seno, sui fianchi, e il volto era consumato fino in fondo dalla putrefazione. Quanto più forti divenivano le immagini spaventose della decomposizione agli occhi del giovane, tanto più violente accendevano la sua passione. Parevano crescere nella misteriosa sconfinatezza di quel territorio in cui la defunta era sparita. Probabilmente non l'avrei nemmeno più cercata, pensò il sottotenente. L'avrei dimenticata! Parlava con dolcezza, era una madre, mi ha amato, è morta! Chiaro: lui era colpevole della sua morte. Lei giaceva sulla soglia della vita di lui, amata salma.
Era il primo incontro di Carl Joseph con la morte. Di sua madre non si ricordava più. Non conosceva di lei null'altro che la tomba, l'aiola fiorita e due fotografie. Ora la morte gli guizzava davanti come un lampo, colpiva la sua innocente gioia, bruciava la sua giovinezza e lo scaraventava al margine dell'area misteriosa che separa ciò che vive da ciò che è morto. Davanti a sé aveva una lunga vita di lutto totale. Si preparò a sopportarla, illividito ma risoluto, come si addice a un uomo. Ripose le lettere. Chiuse la valigia. Andò in corridoio e bussò alla porta di suo padre, entrò e udì come attraverso una spessa parete di vetro la voce del vecchio: “sembra che tu abbia un cuore delìcato !”
(…)
Fece il solito percorso attraverso l'apertura dello steccato della ferrovia, dinnanzi all'addormentato ufficio giallo della finanza. Già da lì si vedeva solitario il comando della gendarmeria. Seguitò a camminare. Una decina di minuti prima di arrivare al comando della gendarmeria c'era il piccolo cimitero con aperto il cancello di legno. La cortina di pioggia sembrava più spessa, sui morti. Il sottotenente toccò la maniglia di ferro umida, entrò. Uno strano uccello emetteva chissà da quale direzione un suono flautato - dove poteva trovarsi, non cantava da una tomba? Carl Joseph aprì la porta della casa del guardiano: una donna anziana che, occhiali sul naso, sbucciava patate, fece cadere le bucce e le patate dal proprio grembo in un secchio e si alzò. “Cerco la tomba della signora Slama!” “Penultima fila, la quattordici, tomba numero sette!” - disse la donna subito, come se avesse da molto tempo atteso tale domanda.
La tomba era ancora nuova, un piccolo tumulo, una piccola croce di legno provvisoria e una corona di violette fradice, vitree, che facevano pensare a una confezione di bon bon. “Katharina Luise Slama, nata... morta...” Sotto, vermi attorcigliati, grassi, stavano cominciavano a rodere quei seni bianchi e rotondi. Il sottotenente chiuse gli occhi e si tolse il berretto. La pioggia accarezzò con dolcezza i suoi capelli ben pettinati. Non badò alla tomba, il corpo in decomposizione sotto il tumulo non aveva nulla a che fare con la signora Slama; era morta, morta, cioè irraggiungibile anche se lui stava in piedi presso la sua tomba. Più vicino il corpo sepolto nei ricordi, che non il cadavere tumulato. Carl Joseph rimise il berretto ed estrasse l'orologio. Mancava ancora mezz'ora. Uscì dal cimitero.
Raggiunse il comando della gendarmeria, azionò il campanello, non venne nessuno. Il sergente maggiore non si trovava ancora in casa. La pioggia scrosciava sul fitto groviglio del pergolato che copriva la veranda. Carl Joseph si mosse qua e là, accese una sigaretta, la buttò, si sentiva come una sentinella, volgeva la testa ogni volta che il suo sguardo incontrava quella finestra da cui Katharina sempre guardava, estrasse l'orologio, azionò di nuovo il pulsante bianco del campanello, attese.
Velati vennero dal campanile, in città, quattro rintocchi. E apparve il sergente maggiore. Fece il saluto come un automa, prima ancora di vedere chi avesse davanti a sé. Come se si trattasse di corrispondere non al saluto, ma a un che di minaccioso del gendarme, Carl Joseph disse, con più forza di quanta non se ne fosse proposta: “buon giorno, signor Slama!” Tese la mano precipitandosi in quell'atto come dentro una trincea, in attesa impaziente come di un assalto da fronteggiare, attento ai lenti movimenti del sergente maggiore, allo sforzo con cui si toglieva i guanti bagnati, all'impegno studiato di tale operazione, e al suo sguardo basso. Alla fine questi mise la sua mano denudata, bagnata e larga, in quella del sottotenente, senza stringerla. “Grazie della visita, signor barone!” - disse il sergente maggiore, quasi che il sottotenente fosse in procinto di andarsene e non fosse appena arrivato. Il sergente maggiore estrasse la chiave. Aprì la porta. Un colpo di vento portò una frustata di pioggia nella veranda. Quasi spinse il sottotenente dentro la casa. L'anticamera era in penombra. Non vi spiccava un qualcosa, una sottile, argentea, vivida traccia della morta? - Il sergente maggiore aprì la porta della cucina e la traccia annegò nella luce che affluiva. “Prego, toglietevi il cappotto!” - disse Slama. Quanto a lui, lo tenne addosso, chiuso. Le mie sincere condoglianze! - pensò il sottotenente, ora glielo dico alla svelta e me ne vado. Già Slama però si dispone a togliere il cappotto a Carl Joseph. Che cede a tale cortesia. La mano di Slama gli sfiora per un momento la nuca nel punto, sopra il colletto, dove iniziano i suoi capelli, proprio dove le mani della signora Slama erano solite chiudersi come la tenera serratura di un'amata catena. Quando, in quale preciso momento la formula di condoglianze si potrà finalmente espletare? Quando si entra in salotto, o solo dopo che ci si è seduti? E si deve rimettersi in piedi? E' come se non si potesse far parola prima di dire quella formula sciocca, già venendo racimolata e tenuta tutto il tempo in bocca. Sta sulla lingua, fastidiosa e inutile, e ha un sapore scipito.
Il sergente maggiore abbassa la maniglia, la porta del salotto è chiusa. “Pardon!”- dice, per quanto non sia una colpa. Cerca di nuovo nelle tasche del cappotto che si è già tolto – pare da tanto tempo – e armeggia con il mazzo delle chiavi. Questa porta non era mai stata chiusa quando la signora Slama era viva. Dunque lei non c'è! - pensa d'un tratto il sottotenente come se non fosse venuto proprio perché lei non c'è più, e si accorge di avere per tutto il tempo serbato la fantasia nascosta che lei ci sia, che possa trovarsi in una stanza, ad aspettare. Ebbene, decisamente lei non c'è, di fatto giace laggiù sotto la tomba da poco vista.
Nel salotto c'è un odore umido, una delle due finestre è chiusa dalle cortine, l'altra sparge la luce grigia della giornata nuvolosa. “Prego, entrate!” - ripete il sergente maggiore. Se ne sta irrigidito dietro il sottotenente. “Grazie!” - dice Carl Joseph. Entra, va al tavolo, conosce bene il disegno della tovaglia lavorata a maglia che lo copre, con al centro quella piccola smagliatura; conosce il colore, l'intaglio delle gambe del tavolo. Ecco la credenza con gli sportelli di vetro, dentro i boccali di alpacca, le bamboline di porcellana e un maialino giallo con sulla groppa una fessura per le monete. “Fatemi l'onore di sedervi!” - dice a voce bassa il sergente maggiore. Sta in piedi dietro la spalliera di una sedia, la stringe, la tiene davanti a sé come uno scudo. Carl Joseph l'ha visto per l'ultima volta più di quattro anni fa. Era di servizio. Sul cappello nero portava il ciuffetto di penne cangianti, le cinghie gli s'incrociavano sul petto, il fucile al piede, in attesa davanti all'ufficio del capodistretto. Era il sergente maggiore Slama, il nome equivaleva al grado, il ciuffetto di penne faceva parte della sua fisionomia come i baffi biondi. Ora eccolo, il sergente maggiore, a capo scoperto, senza sciabola, cinghie e cinturone, si vede il lucido della stoffa non pulita dell'uniforme a coste sulla lieve incurvatura dell'addome al disopra della spalliera, e non è più il sergente maggiore Slama di una volta, ma il signor Slama, un sergente maggiore della gendarmeria in servizio, già marito della signora Slama, ora vedovo: il padron di casa. I biondi scarsi capelli tagliati corti stanno, spartiti nel mezzo, come una spazzoletta divisa in due ali sopra la fronte liscia che orizzontalmente è segnata da un rigo rossastro lasciatovi dalla pressione continua del cappello rigido. Senza berretto né elmo quella testa è orfana. Il volto senza l'ombra della visiera è di un ovale regolare riempito da guance, naso, barba e occhietti azzurri fissi, da uomo semplice. Aspetta che Carl Joseph sia seduto, poi tira indietro un'altra sedia, si siede anche lui ed estrae la sua tabacchiera. Il coperchio è smaltato di vari colori. Il sergente maggiore la mette in mezzo al tavolo tra sé e il sottotenente, e dice: “Gradite una sigaretta?” - E' il momento delle condoglianze, pensa Carl Joseph, si alza e dice: “sentite condoglianze, signor Slama!” Il sergente maggiore siede, le mani davanti a sé agli angoli del tavolo, sembra non capire subito di cosa si tratti, tenta un sorriso, si leva troppo tardi nell'attimo in cui Carl Joseph sta per rimettersi seduto, toglie le mani dal tavolo e le porta ai calzoni, china la testa, la risolleva, guarda Carl Joseph come volesse chiedere che cosa fare. - Si siedono di nuovo. - E' fatta. Tacciono. “Era una brava donna, la defunta signora Slama!”- dice il sottotenente.
Il sergente maggiore si porta una mano ai baffi e dice, con la punta sottile di un baffo tra le dita: “Era bella, il signor barone l'ha certo conosciuta.” “L'ho conosciuta, la vostra signora consorte. Ha avuto una morte lieve?” “Ci sono voluti due giorni. Abbiamo chiamato il dottore troppo tardi. Altrimenti non sarebbe morta. Ero stato di servizio la notte. Torno a casa e lei è morta. Era con lei la moglie del finanziere.” E subito dopo: “Gradite magari una bibita al lampone?”
“Prego!” - disse Carl Joseph con voce schiarita, come se la bibita al lampone potesse dar luogo a una situazione tutta diversa; guarda il sergente maggiore che si alza e va alla credenza, sa che lì il lampone proprio non c'è. Si trova in cucina nel mobile bianco, dietro il vetro, là dove la signora Slama è sempre andata a prenderlo. Segue attento tutti i movimenti del sergente maggiore, quelle braccia corte, robuste, strette nelle maniche, che si tendono per prendere la bottiglia dallo scaffale in alto e poi si abbassano inermi mentre i piedi protesi ricadono sulle suole, e Slama, come tornato in patria da una terra straniera dove abbia intrapreso un viaggio esplorativo inutile, purtroppo senza successo, si volta di nuovo e con una toccante disperazione che brilla nei suoi occhi azzurri, comunica schietto: “Vi prego di scusarmi, purtroppo non lo trovo!”
“Fa niente, signor Slama!” - lo conforta il sottotenente.
Il sergente maggiore, come se non avesse sentito, o come se dovesse eseguire un ordine che, espressamente impartito da un superiore, non può subire alcuna attenuazione per interferenza del sottoposto, esce dalla stanza. Lo si sente trafficare nella cucina, torna con la bottiglia in mano, dalla credenza prende bicchieri con ornamenti opachi sugli orli, mette una caraffa d'acqua sul tavolo e dalla bottiglia verde scura versa quel viscoso liquido rosso rubino, ripetendo: “Fatemi l'onore, signor barone!” Il sottotenente versa l'acqua dalla caraffa nello sciroppo di lampone, nel silenzio ne sgorga troppa, gorgoglia un po' e sembra come una minuta risposta all'instancabile flusso della pioggia che non si smette di sentire. Ricopre la casa solitaria, lo sappiamo, e sembra rendere i due uomini ancora più soli. E sono soli. Carl Joseph solleva il bicchiere, il sergente maggiore fa la stessa cosa, il sottotenente degusta il dolce liquido appiccicoso. Slama vuota il bicchiere in un sorso, ha sete, che strano, in questa giornata fredda si tratta di una sete inspiegabile. “Ora fate ritorno al decimo ulani?” - chiede Slama. “Sì, ma ancora non conosco il reggimento?” “Conosco un sergente maggiore, là, il sottufficiale contabile Zenower. Ha servito nei cacciatori con me, e poi si è fatto trasferire. Una bella sede, molto organizzata. Certo lui tenterà l'esame da ufficiale. Qui noi si resta bloccati. Nella gendarmeria non ci sono prospettive.” - La pioggia è aumentata, i colpi di vento sono più violenti, se ne sentono di continuo sulla finestra. - Carl Joseph dice: ”è sempre difficile nella nostra professione, dico nell'esercito!” Il sergente maggiore esplode una risata incomprensibile, pare che gli piaccia straordinariamente che in questa professione, sua e del sottotenente, sia difficile. Ride un po' più forte di quanto vorrebbe. Gli si vede dalla bocca, che è aperta più di quanto richieda la risata e che rimane aperta più a lungo di quanto essa duri. Vi è quindi un momento come se il sergente maggiore facesse fatica, e soltanto per motivi fisiologici, a tornare alla sua serietà di ogni giorno. Davvero è contento che la vita sua e di Carl Joseph sia tanto difficile? “Il signor barone si degna”, comincia, “di parlare della 'nostra' professione. Prego, e senza offesa, ma per noialtri è un'altra cosa.” Carl Joseph non ha nulla da obbiettare. Sente (in modo vago) che il sergente maggiore nutre dell'astio nei suoi confronti, forse in genere contro le condizioni che ci sono nell'esercito e nella gendarmeria. Alla scuola cadetti non si è mai imparato come si deve comportare un ufficiale in una situazione così. Comunque Carl Joseph sorride, è un sorriso che gli stira le labbra e gliele chiude come fosse una grappa di ferro; sembra che lesini l'espressione di divertimento che il sergente maggiore prodiga così senza scrupoli. La bibita di lampone, per quanto ancora dolce sulla lingua, in gola ha un gusto amaro, stantio, bisognerebbe berci sopra un cognac. Il salotto oggi sembra più basso e piccolo del solito, come ristretto per via della pioggia. Sul tavolo si trova il ben noto album dagli angoli in ottone, duri, lucidi. Tutte le fotografie sono note a Carl Joseph. Il sergente maggiore Slama dice: “Permettete?” - lo apre e glielo tiene davanti. Vi è una sua foto in abiti civili, sposo giovane accanto a sua moglie. “Ai tempi ero ancora capo plotone!” - dice con un po' di amarezza, quasi intendesse che già allora avrebbe meritato una carica più elevata. La signora Slama gli siede accanto vestita da estate, stretto l'abito, un vitino di vespa, corazza impalpabile, un largo cappello bianco e piatto di sbieco sui capelli. Cos'è? L'ha mai vista questa foto, Carl Joseph? Perché oggi gli sembra tanto nuova, e tanto vecchia, e così estranea, e ridicola? Sorride proprio come se osservasse una foto comica di tempi da molto andati, come se la signora Slama mai gli fosse stata vicina e cara, come se non fosse morta da pochi mesi, ma già da anni. “Era molto carina! Lo si vede!” - dice, non più in imbarazzo dome prima, ma in modo ipocritamente candido. Di una morta si dice qualcosa di gentile al cospetto del vedovo cui si fanno le condoglianze.
Subito si sente libero e separato dalla morta come se tutto fosse spento. Era stata tutta un'illusione! Finisce di bere la bibita di lampone, si alza e dice: “ora vado, signor Slama!” Non aspetta nemmeno, fa dietrofront, il sergente maggiore ha avuto appena il tempo di levarsi e già si trovano nell'atrio, già Carl Joseph ha indossato il cappotto, con piacere s'infila lento il guanto sinistro, d'improvviso per questa cosa ha più tempo, e nel dire “bene, arrivederci, signor Slama!” percepisce lui stesso con piacere un suono di estraneità e di arroganza. Slama se ne sta lì ad occhi bassi, non sa che fare delle proprie mani che sono improvvisamente diventate vuote, come se fino a quel momento avessero tenuto qualcosa e ora cadessero abbandonate e perdute per sempre. Si danno la mano. Slama ha ancora da dire qualcosa? - Fa lo stesso! - “Forse un'altra volta, signor sottotenente!” - dice però.
(...)
Continua a piovere leggermente, instancabilmente, con qualche colpo di vento sciroccoso. E' come se la sera fosse in ritardo. Grigio perpetuo, umido, sfumato. Per la prima volta da quando indossa l'uniforme, per la prima volta da quando ha l'opportunità di pensarci, Carl Joseph sente che il bavero del cappotto si dovrebbe poter alzare. Addirittura solleva le mani per un momento, poi si ricorda di indossare l'uniforme e le lascia ricadere. E' come se per un secondo si fosse dimenticato la sua professione. Lento percorre la ghiaia umida e scricchiolante del giardino antistante la casa, compiaciuto della sua lentezza. Non gli serve affrettarsi; niente, non c'è stato niente, tutto un sogno. Che ora può essere? L'orologio da tasca è inarrivabile, sotto la blusa, nel taschino dei calzoni. Guai, sbottonare il cappotto. Tra poco ci saranno i rintocchi dal campanile.
Apre il cancello del giardino, è in strada. “Signor barone!” - dice dietro di lui il sergente maggiore d'improvviso. Misterioso, come inudibile, lo ha seguito. Carl Joseph ne è addirittura spaventato. Si ferma, ma non sa decidersi a voltarsi. Forse lo tocca la canna di una pistola esattamente tra le pinces regolamentari del cappotto, dietro. Idea orribile e infantile! Ricomincia tutto un'altra volta? “Sì!” - dice ancora con un'arrogante indolenza che è come la penosa continuazione del suo saluto e che molto gli costa – fa dietrofront. Il sergente maggiore sta sotto l'acqua senza cappotto e a capo scoperto, bagnata la spazzoletta bipartita dei capelli, grosse gocce di pioggia sulla chiara e liscia fronte. Regge un pacchetto azzurro legato a croce con spago argentato. “E' per voi, signor barone!” - dice ad occhi bassi. “Vi prego di scusarmi! E' il signor capodistretto che lo ha disposto. Io glielo ho portato subito. Il signor capodistretto gli ha dato una scorsa veloce e ha detto che devo consegnarlo di persona!”
Per un momento c'è silenzio, solo la pioggia batte sul povero pacchetto azzurro pallido scurendone il colore, non ne può più di aspettare, il pacchetto. Carl Joseph lo prende, lo infila in una tasca del cappotto, arrossisce, pensa per un momento di togliersi il guanto destro, cambia idea, porge la mano inguantata al sergente maggiore, dice “vi ringrazio sinceramente!” e se ne va veloce.
Lo sente eccome, nella tasca, il pacchetto. Da lì, attraverso la mano, lungo il braccio, fluisce uno sconosciuto calore che rafforza il rossore del volto. Ora lui sente che il bavero si dovrebbe aprire, prima ha creduto di doverlo alzare. In bocca gli ritorna il retrogusto amaro della bibita al lampone. Carl Joseph estrae dalla tasca il pacchetto. Sì, non c'è dubbio. Si tratta delle sue lettere.
Finalmente si fece sera, e smise di piovere. Parecchie cose dovevano cambiare nel mondo, ma il sole di sera doveva mandare quaggiù un ultimo raggio. I prati attraverso la pioggia spirano il ben conosciuto olezzo, il solitario richiamo d'uno strano uccello risuona, mai sentito qui, ci si trova come in terra straniera. Si sentono cinque rintocchi, è passata proprio un'ora – non di più. Si deve camminare in fretta, o piano? Il tempo ha un andatura strana, misteriosa, un'ora è come un anno. Suonano le cinque e un quarto. Si sono percorsi solo pochi passi. Carl Joseph comincia ad allungare il passo. Supera il binario e iniziano le prime case della città. Passa davanti a un caffè della cittadina, l'unico locale che abbia la porta girevole. Forse è bene entrare, bere un cognac in piedi e poi andarsene. Carl Joseph entra.
“Un cognac, presto!” - dice al banco. Non si toglie il cappotto e tiene il berretto in testa. Qualcuno degli avventori si alza. Si sente il suono delle palle del biliardo e dei pezzi degli scacchi. Ufficiali della guarnigione siedono nell'ombra dei separé, Carl Joseph non li vede e non li saluta. Nulla è più urgente del cognac. E' pallido, la cassiera bionda slavata gli sorride materna dall'alto del suo posto e con mano benigna gli mette accanto alla chicchera un quadratino di zucchero. Carl Joseph beve in un sorso solo. Ne ordina subito un altro. Del viso della cassiera vede solo un che di biondo chiaro e due otturazioni in oro agli angoli della bocca. Gli sembra di far qualcosa di proibito né sa perché dovrebbe essere proibito bere due cognac. Alla fin fine non è più un cadetto. Perché la cassiera lo guarda sorridendo così strana? Il suo sguardo azzurro mare lo infastidisce come il nero carbone delle sopracciglia. Si volta e guarda la sala. Là nell'angolo presso la finestra siede suo padre.
Sì, è il capodistretto – che cosa c'è da stupirsi? Ogni giorno siede lì tra le cinque e le sette, legge il “Fremdenblatt” <giornale di politica estera>, la stampa d'ufficio, e fuma un Virginia. E' cosa nota a tutta la città da trent'anni. Il capodistretto siede lì, scruta suo figlio e sembra sorridere. Carl Joseph si toglie il berretto e va dal padre. Il vecchio signor von Trotta solleva breve lo sguardo dal giornale senza metterlo via e dice: “sei stato da Slama?” “Certo, papà!” “Ti ha dato le tue lettere?” “Certo, papà!” “Prego, mettiti a sedere!” “Certo, papà!”
Il capodistretto finalmente lascia il giornale, appoggia i gomiti sul tavolo, si volge verso il figlio e dice: “ti ha dato un cognac da quattro soldi. Io bevo sempre Hennessy.” “Me ne ricorderò, papà!” “Comunque limitati nel bere.” “Certo, papà!” “Sei ancora un po' pallido. Togliti il cappotto! C'è il maggiore Kreidl là, guarda!” Carl Joseph si alza e fa il saluto inchinandosi. “Lo Slama è stato scortese?” “No, è davvero una persona gentile!” “E dunque!” Carl Joseph si toglie il cappotto. “Ma dove hai le lettere?” - chiede il capodistretto. Il figlio prende il pacchetto dalla tasca del cappotto. Il vecchio signor von Trotta lo prende, lo soppesa, glielo ridà e dice: “sono davvero tante!” “Certo, papà!”
(Traduzione da Radetzkymarsch di Nicola Spinosi, 2022)
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