Il passato si chiama passato perché è passato?
Il terapeuta Raffaele Morelli, direttore di una rivista che si chiama Riza, autore di libri, rilascia oggi un'intervista al Corriere dove prende posizione contro il concetto di risoluzione dei problemi psichici (o se preferite emotivo-mentali) a favore del concetto di superamento dei medesimi; prende posizione di conseguenza contro lo scavo nel passato da parte del soggetto in terapia ed a favore dell'apertura da parte del soggetto a nuove prospettive della e nella sua mente.
Non so se il Morelli stesso o la persona che lo intervista - uno dei due chiama in causa criticamente il concetto di "elaborazione del lutto", di origine psicanalitica, che si riferisce alle lunghe o meno lunghe vicissitudini che le persone di fatto attraversano sempre dopo che hanno perduto qualcosa o qualcuno (mio fratello stette male per settimane dopo che gli avevano fregato dall'androne di casa sua la bici nuova), ed in secondo luogo si riferisce al lavoro che un tizio fa nella esperienza psicanalitica. Ne scrisse Freud in un saggio intitolato Lutto e melanconia. Paragonò ingegnosamente la seconda al primo, sostenendo che i due stati hanno in comune il sentimento della perdita, solo che il malinconico non ha perduto di fatto niente*. E' come se avesse perduto qualcosa, invece trattasi di immaterialità più o meno serie. La neurologia sostiene invece che si è malinconici perché ne abbiamo il "talento"biochimico, ragione per cui ci vorrebbe curare con gli antidepressivi.
Tornando al Morelli, costui paragona - non a torto - il rivangare il passato al grattarsi una ferita, ciò che non si dovrebbe mai fare. Tuttavia non si dovrebbe neppure scambiare un paragone magari azzeccato con l'equiparazione tra due universi separati, quello delle ferite cutanee e quello delle ferite emotive.
Quanto alle nuove prospettive della e nella mente, i soggetti, in terapia o per conto loro, dovranno pure escogitarle attraverso una ricerca, di sé, in sé, no? La memoria gli servirà, no?
*Per quanto riguarda il lutto inerente la morte di persone cui teniamo non è un caso che si dica: chi muore giace, chi vive si dà pace.
Non so se il Morelli stesso o la persona che lo intervista - uno dei due chiama in causa criticamente il concetto di "elaborazione del lutto", di origine psicanalitica, che si riferisce alle lunghe o meno lunghe vicissitudini che le persone di fatto attraversano sempre dopo che hanno perduto qualcosa o qualcuno (mio fratello stette male per settimane dopo che gli avevano fregato dall'androne di casa sua la bici nuova), ed in secondo luogo si riferisce al lavoro che un tizio fa nella esperienza psicanalitica. Ne scrisse Freud in un saggio intitolato Lutto e melanconia. Paragonò ingegnosamente la seconda al primo, sostenendo che i due stati hanno in comune il sentimento della perdita, solo che il malinconico non ha perduto di fatto niente*. E' come se avesse perduto qualcosa, invece trattasi di immaterialità più o meno serie. La neurologia sostiene invece che si è malinconici perché ne abbiamo il "talento"biochimico, ragione per cui ci vorrebbe curare con gli antidepressivi.
Tornando al Morelli, costui paragona - non a torto - il rivangare il passato al grattarsi una ferita, ciò che non si dovrebbe mai fare. Tuttavia non si dovrebbe neppure scambiare un paragone magari azzeccato con l'equiparazione tra due universi separati, quello delle ferite cutanee e quello delle ferite emotive.
Quanto alle nuove prospettive della e nella mente, i soggetti, in terapia o per conto loro, dovranno pure escogitarle attraverso una ricerca, di sé, in sé, no? La memoria gli servirà, no?
*Per quanto riguarda il lutto inerente la morte di persone cui teniamo non è un caso che si dica: chi muore giace, chi vive si dà pace.
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